




Si potrebbe cominciare dal dire che "Sunset limited" è un buon libro. Buono prima che bello.
Un buon libro direi che si distingue se è capace di sedimentare e di far germinare a lungo: un buon libro è più terreno che frutto insomma, e come la buona terra che da buoni frutti va a fondo e ogni strato, dal più fertile e nero al più profondo e compatto, sono in relazione e sostegno l'uno per l'altro.
Una buona lettura di questo libro non può quindi prescindere dalla complessa stratificazione di cui è tessuto e in cui lo scritture si è, visibilmente, compiaciuto, dando luogo a una creazione che ha vita e spazio propri.
Tanto per dire il tema uso le parole di Doninelli: "Nero, un uomo di colore, ex-galeotto poi fattosi cristiano, salva Bianco, un intellettuale, dal suicidio: stava per gettarsi sotto il Sunset Limited, il treno passeggeri in servizio tra la California e la Florida fino alla fine del 2005, quando l'uragano Katrina devastò la rete ferroviaria di New Orleans e dintorni. Nero porta Bianco a casa sua, ma Bianco non è contento di essere stato salvato: voleva e vuole morire. La conversazione si svolge intorno a un tavolo, i cui lati sono come i due lati dell'Universo."
A una prima lettura la situazione è semplice e schematica: il bianco è un triste intellettuale scettico, il nero un toccato dalla grazia. Il nero parla e il bianco ascolta. Il bianco non ha argomenti se non la sconfitta dei suoi stessi ideali e il nero è ricco di una ricchezza, una facondia di parola che non è in fin dei conti sua ("quando vi interrogheranno non abbiate timore di cosa dovrete dire, perché sarà lo Spirito a parlare in voi"). Il nero ha ragione e il bianco scappa. Tutto molto chiaro, dall'inizio alla fine.
O quasi. Perché in definitiva è la fine, la chiusa, che riapre totalmente i giochi e alza un cartello grande così: "NON TUTTO E' COSI' CHIARO E SEMPLICE, PER NESSUNO", e costringe a chiedersi quale sia il senso vero di quel che ci[1] è avvenuto leggendo. In effetti il Mistero, latente (quasi sornione) in tutto il dialogo, irrompe ed anzi straripa nelle ultime tre quattro frasi e così mette in luce che, in realtà, è sempre stato lì, ma nessuno (nessuno! dei due nessuno) lo aveva guardato. E con quello strappo costringe il nero a arrivare al centro di sé e chiedere, per la prima volta, la ragione per sé di quel dialogo, invece di cercare le ragioni per il bianco. E' questo rovesciamento, questo dentro-fuori-dentro (ciò che era dentro, al fondo del dialogo, finalmente viene fuori, per poter entrare davvero e definitivamente nel nero) che costituisce non la chiave di lettura (le chiavi aprono e chiudono) ma il movimento, il gesto, la gestualità principale del racconto. Dentro-fuori-dentro e a fondo in un contesto che pare chiuso, definito e definitorio: è un modo per lo scrittore di far vedere (costringere a cercare, in primis) il mistero senza mai indicarlo e parlarne.
Cominciamo dal titolo: è il nome del treno che deve "prendere" il bianco, ma questo non lo sappiamo e il titolo è il primo punto di attacco e quindi non possiamo non guardare il potere evocativo che queste parole hanno. Una traduzione può essere, letteralmente, "tramonto limitato", ovvero "tramonto, ma con un limite, una limitazione": "limitato" come in "proprietà limitata" o "responsabilità limitata[2]", che non va oltre un certo limite, che si ferma su una soglia. Un tramonto ma con dei limiti, non definitivo, come se il sole non tramontasse davvero ma si limitasse a arrivare basso sull'orizzonte, quasi tutto sotto il limite (appunto) dell'orizzonte ma come una promessa di rialzarsi, ri-sorgere (up-rising). L'inglese ha una espressione per questa zona di chiaro-scuro: "twilight zone", quasi intraducibile[3], che indica, diremmo noi "l'ora in cui tutti gatti sono bigi". Il bianco e il nero si confondono, fondono, scambiano gli ruoli. Perché la posizione interessante dell'autore è che, senza "prendere posizione" tra i due, non per questo li confonde in un indistinto "tutti hanno ragione e tutti hanno torto": è chiaro che uno solo può aver ragione, ma non si sa chi è, e averli portati al "limite del tramonto" li porta a scambiarsi in definitiva i ruoli. Ancora il movimento di rovesciamento che si esplicita appunto nel nero che si interroga su di sé: il problema è il suo, il dramma è il suo, è lui che deve essere salvato, è lui che ha bisogno di un angelo custode che lo venga a salvare.
E dunque non è fin dall'inizio così: chi è tentato (dalla morte, dal fallimento) non è il bianco ma il nero, chi dubita davvero alla fine è il nero, che deve ritrovare la forza di non "prendere il treno" ma di ributtarsi tutto nel mistero. E allora il nero non è l'angelo salvatore: il bianco è forse invece l'angelo tentatore, non mandato da Dio ma da Dio permesso perché la virtù del nero sia provata (Giobbe). La partita non è fra le ragioni del credente e le ragioni dell'ateo: la partita in definitiva è tra il credente e Dio (Giacobbe al passaggio del fiume) e chi ha perso (il nero) può uscirne vincitore (ma segnato nel corpo). Dentro-fuori-dentro.
Perché di una partita evidentemente si tratta: "il nero muove", "il bianco abbozza una difesa", "il nero tenta un attacco", "il bianco arrocca". E' fin troppo evidente nel succedersi di nero-bianco-nero ma anche nell'ambientazione (due davanti a un tavolino spoglio, un tot di tempo a testa) e nella successione delle aperture e delle strategie. Il nero attacca ingenuamente, il bianco è più tattico, il nero cerca tempo per ulteriori mosse ma il bianco lo logora lentamente mangiandogli i pezzi, fino al contrattacco finale, spietato, "il bianco muove e vince in tre mosse[4]", fine (no). E non si può non farsi venire in mente un'altra grande partita a scacchi con in palio vita e morte: quella tra il Cavaliere e la Morte ne "Il settimo sigillo" di Ingmar Bergman. La morte lì è nera, sarcastica, terribilmente razionale e il cavaliere bianco muove per scappare dalla morte ma poi per andarle incontro.
Come d'altronde non si può non tenere presente gli altri spunti letterari[5] collegati al tema dell'angelo custode/protettore e eventualmente salvatore di un tentato suicida: "La vita è meravigliosa" di Frank Capra e "Il cielo sopra Berlino" di Wim Wenders. Del primo rimane l'idea dell'aspirante angelo (il nero qui, lì il buffo Clarence) che deve fare una buona azione per meritarsi le ali[6], nel secondo (più prossimo) il tema del rovesciamento dei ruoli è esplicito, gli angeli[7] scelgono di diventare uomini e gli uomini (lo stazzonatissimo Peter Falk che interpreta se stesso) ricordano di essere stati angeli. Indirettamente quindi anche le poesie di Rilke che fecero da ispirazione a Wenders.
Ripercorrendo all'indietro sono poi tanti gli indizi che costruiscono i molti strati di lettura del libro. Il salvataggio del bianco non è sostanzialmente fisico: quasi non c'è un gesto ma un prima (il tentato suicidio) e complanare l'abbraccio del nero. La stessa presenza e posizione del nero nella stazione ha del misterioso. La stessa ambientazione un po' claustrofobia (i chiavistelli alla porta, i drogati che assediano la stanza) contribuisce a un'atmosfera di sospensione.
In definitiva il libro che pare in fin dei conti bloccato (tanto che ci si chiede, avanzando nella lettura: "vediamo ora come ne esce fuori, l'autore, da questo avviluppo") è poi sfondato e riaperto ad ogni possibilità. Avendo dato per centocinque pagine ragione al nero e silenzio al bianco, rovesciando poi la vittoria dal campo del nero a quello del bianco e riaprendo tutto con l'urlo finale, non c'è nulla di concluso, ma tutto è (di nuovo) possibile. Il nero può farcela. Il bianco stesso (perché dovremmo essere certi del contrario?) può farcela.
Note
[1] E' assolutamente straordinaria la capacità di McCarty (qui come ne "La strada" o "Non è un paese per vecchi", qui con pure parole di dialogo, lì con dialogo e azione) di portare il lettore all'immedesimazione. Per questo dico "ci è avvenuto", perché accade al nero, quindi a noi. E come il nero infine si interroga (o meglio, interroga il mistero) così noi siamo condotti a cercare che cosa in effetti ci sia accaduto leggendo.
[2] "Limited" è il termine giuridico inglese per i brevetti ("limitano" la possibilità di usare un bene o una proprietà intellettuale) e per le società (società in cui la responsabilità degli azionisti "si limita", non va oltre il capitale in azioni).
[3] "Zona del crepuscolo": il momento in cui il sole è tramontato ma ancora c'è luce per effetto della rifrazione dell'atmosfera.
[4] Scrive sempre Doninelli: "Perché lì Nero ha commesso l'errore decisivo: ha creduto che i giochi fossero fatti, cedendo all'idea che, se Dio gli aveva permesso di salvare quell'uomo, la storia non poteva che terminare con la sua conversione. La sua passione per i calcoli e i numeri, in sé eccellente, qui lo tradisce. C'è un vizio americano, per così dire, che abbassa per un attimo la tensione, e Bianco ne approfitta per colpire e poi andarsene."
[5] Filmici in realtà, almeno quelli che mi vengono primi in mente. D'altronde McCarty è filmico per natura: i suoi libri sono già tutti sceneggiature.
[6] Ma qui la buona azione non riuscirà.



Feltrinelli, 2008
I Vanni sono un’agiata famiglia borghese che vive a Firenze negli anni sessanta. Il loro numeroso nucleo familiare comprende un padre architetto affermato, una madre casalinga con il retrogusto dei sogni abbandonati, tre figli, i nonni, gli zii, i cugini e la domestica Teresa che, facendo leva sulla rude affettuosità che le deriva da un’estrazione contadina, conquista la fiducia e la benevolenza di tutti. Attorno a loro rivive un mondo popolato dai compagni di scuola e dai vicini di casa, scandito dalle vacanze in Versilia, dalla comparsa del televisore, allietato dalle canzoni del festival di Sanremo, turbato dagli avvenimenti politici e sociali del periodo e dall’alluvione del ’66. Attraverso il proprio sguardo e le personali impressioni, Marco e la sorella maggiore Caterina ci guidano all’interno del loro composito microcosmo domestico, tra gli umori e gli stati d’animo di chi lo compone, in un periodo lungo quasi una vita perché vi accade tutto ciò che renderà significative le loro future esistenze.
Non sempre la sperimentazione, la ricerca di nuove forme espressive e l’introspezione negli abissi più estremi dell’animo umano costituiscono un viatico alla realizzazione di una buona letteratura. Si tratta di intenzioni e velleità normalmente modellate su di un percorso di ricerca generazionale. Chiara Tozzi, nella stesura del suo ultimo libro Quasi una vita, le ignora deliberatamente, adottando un linguaggio caratterizzato da una lucida e fluente capacità di sintesi formale e di contenuti. Leggendolo, infatti, ci troviamo benevolmente spiazzati allorché la semplicità evocata da una cronaca familiare convenzionale e lineare, ci riappacifica con l’antica purezza di una narrativa generosa, coinvolgente e riconoscibile. La scrittrice toscana ci racconta in fondo la vita di una famiglia qualunque, una vicenda tipicamente nostrana, benché ambientata negli anni sessanta, dove il tempo si misura sulle sensazioni che rimodellano la mente nel dipanarsi dei giorni.
Il racconto percorre il profilo di un’agiata famiglia borghese che vive a Firenze, in cui l’invadenza della cronaca politica e sociale – la morte di Marilyn Monroe, l’omicidio di J. F. kennedy, la contestazione studentesca - l’irruzione di eventi drammatici quali l’alluvione del ’66, sconvolgono la ritualità dinamica e complessa degli accadimenti domestici, lasciando che la percezione del senso ultimo della vita si ritrovi nell’eterno gioco di crescita delle emozioni, tra impressioni, sogni e delusioni.
Quasi una vita è un romanzo in cui la scansione di due momenti fondamentali dell’esistenza, l’adolescenza e la maturità, vengono percorsi attraverso le vicende private di Caterina e di Marco, bambini d’altri tempi, sensibili e spaventati. Quando il cuore illuso e felice corre senza freni perduto in un mondo di sogni sereni ma impatta dolorosamente contro una sensazione di vaga ed indefinibile minaccia; quando la passione folle ed insopprimibile della giovinezza riscaldano ancora la cautela, la saggezza e l’accortezza degli adulti che li circondano.
Questo romanzo tratteggia un percorso lineare, stimolante quanto basta per delineare l’analisi dell’universo familiare, con tutti i compromessi necessari a stabilizzarne le ragioni ed i confini. Non scioglie nodi cruciali, non erige la sacralità di un passato da custodire, ma ricrea con viva acutezza un mondo che abbiamo conosciuto, che profuma di un’umanità diversa, più autentica. Attraverso le pagine risuonano note che avevamo un po’ dimenticate, con cui la scrittrice, qui all’apice della sua espressione artistica, ci preleva dalla fatua apparenza delle cose per riportarci in un paese che ha saputo essere onesto e discreto, adombrando le figure emblematiche di un padre che rivendica con orgoglio la sua indipendenza da prebende affaristiche e clientelari, e di una madre che, nella fedele liturgia della vita domestica, si è rivelata capace di fronteggiare le inevitabili contraddizioni dell’esistenza.
Scrittrice sensibile e complessa, Chiara Tozzi si lascia apprezzare per la sua veste agile ed essenziale, per quella carica di tenerezza e di comprensione, con cui riesce a cogliere sensazioni ed immagini che si distaccano per diventare cose ed essere amate.



L'età dell'Acquario, 2007
1) Innanzitutto: chi è Antonia Romagnoli e perché ha deciso di scrivere?
Esattamente perché ho deciso di scrivere non lo so, perché è una cosa che ho sempre fatto e fa parte di me. Quanto alla scelta del genere, il fantasy lo sento “mio”, è quello in cui riesco a rispecchiarmi meglio.
Per ora il mondo reale è molto presente in quello che scrivo, anche perché il fantasy che mi piace descrivere non è quello classico in cui si vive semplicemente in mondi paralleli. Nelle Terre di Slupp il mondo reale è presente sotto forma di personaggi tratti da persone esistenti trasformate in protagonisti di una storia (fantasy) assurda, mentre nel Segreto dell’Alchimista la realtà è presente con nome e cognome, in quanto parte della vicenda è ambientata a Piacenza.
Il Cristianesimo entra nei miei scritti perché è una parte imprescindibile della mia cultura e del mio modo di pensare. Nel Segreto i due personaggi protagonisti sono nelle mie intenzioni ispirati al Cantico dei Cantici. È poi quello che vorrei realizzare nella mia vita, nel rapporto che vorrei avere io con Cristo. Questo amore che Nimeon ha per Ester è l’amore che ho visto da parte di Gesù Cristo nella mia vita.
Il romanzo non si presenta come scritto prettamente cristiano, anche se nella sinossi inviata agli editori questo fattore era chiaramente segnalato. In origine il libro era preceduto da un’introduzione, che peraltro era molto personale, in cui rendevo esplicita la derivazione cristiana della storia. L’editore ha scelto di toglierla, per non fornire al lettore un’interpretazione di partenza del testo. A quanto pare i lettori, finora, non hanno colto nulla di questo aspetto.
Purtroppo penso sia una questione di mercato. Credo che la maggior parte del pubblico non veda molto positivamente la cultura cristiana per come è presentata storicamente. Ho incontrato diversi lettori appassionati di fantasy che dichiarano di essere non credenti, o pagani, o credenti di religioni alternative e visto che questo è il pubblico a cui viene rivolto il libro, gli editori non rischiano di perdere una fetta di pubblico potenziale.
Sono, con vergogna, una scarsa conoscitrice della letteratura italiana contemporanea. Ho iniziato da poco a leggere romanzi di autori fantasy italiani e trovo sia un settore molto interessante e aperto a notevoli sviluppi. Per il resto, conosco poco, più che altro perché essendo una lettrice accanita di Jane Austen e di romanzi di quel tipo, non trovo un corrispettivo in Italia.
Per quanto riguarda il filone dichiaratamente cristiano direi che non esiste una narrativa che possa ascriversi a questo termine. C’è una letteratura di “morale”, che viene diffusa e apprezzata dai cristiani, come possono essere i libri di Giussani, ma la narrativa è poco frequente, o per lo meno poco conosciuta.

Edizioni Il Foglio, 2008
Le poesie che riempiono le 111 pagine dell’ultima silloge di Patrizia Garofalo, Dare voce al silenzio, sono quasi tutte di una gradevolezza pensosa. Versi intensi che non lasciano dubbi sulla buona salute della poesia, quella che sa farsi ascoltare ed apprezzare.
Poesia vera, sentita e vissuta, assolutamente trasparente e del tutto ermetica. La linea poetica si mantiene, composizione dopo composizione, su di un tono antiretorico ed antimetafisico. Ci sono versi terribili e versi delicati, con cui cerca di esporre l’esperienza di una vita, la propria vita, i propri sentimenti, lo struggente dolore della solitudine di chi pure ama con tutto l’animo.
La rivendicazione dell’amore come dato ineliminabile della sua poetica appartiene ad un modo di vita interiore e sensibile, con cui Patrizia Garofalo rivela immagini e sentimenti con una rara spontaneità d’espressione, ponendosi in bilico tra narrazione ed impressione, ma senza mai indulgere al sentimentalismo “Né le tue lacrime/né il tuo sudore/bagnano il mio seno/ma un’attesa/divenuta/mancanza”. pag. 89.
Ma i suoi versi non recano l’andamento di un diario intimistico, bensì una poesia che riesce a dire Io solo nella misura in cui pronuncia un Tu "Posso usare / iperbole / superlativi / e / ridere di eccessi / posso fare/ sberleffi allo specchio / linguacce / smorfie / versare lacrime / cercare parole / posso dirmi bellissima/ interessante / simpatica / affascinante/ posso anche ringraziare / ma tutto / appartiene/ sempre ad un altro”. pag. 41.
Persino nell’esaltazione i suoi slanci affettivi mostrano di preferire l’espressione diretta, la densità corporea, “Inarco la schiena/quando voglio raggiungere la luce/E’ successo/quando ti ho visto/Ti offro/il ritmo di un corpo/che respira/caldo” pag. 49; mentre l’amaro senso dello sconforto ripiega nella severa disciplina di una civile indignazione, di una sobrietà disarmata e sofferta, “Diventerò il fantasma/che si incontra/si cerca/si abbraccia/Sarò/angelo/di dolore e fantasia/su una terra/distratta/arida di desideri/indifferente”. pag. 43, “Meravigliato/il dolore/mi vede/sorridere”. pag. 83.
La vena da cui sgorgano le poesie è molto istintiva, la creatività sprigiona una resistenza attiva, messa in crisi ma mai piegata dal regime repressivo del razionale con dure rilevanze. E’ l’umore che percorre questi versi. In lei vi è la puntigliosità di chi vuol tutto dire ma nulla concede alle pulsioni del proprio cuore, che si sente battere e si avverte più nella sostanza del dire che non nella parola esplicita.
Note essenziali della sua lirica sono la brevità e la fermezza del segno, con il quale nell’economia estremamente rigorosa della parola, riesce a definire un vivo senso del tempo e dell’umano. Vibrazioni che esprimono il graduale sfumare e dissolversi del nulla della realtà, la stretta finale in cui precipita la lenta e penosa consunzione dell’animo umano.
Lo stile incisivo, quasi stenografico, privo di un lessico ricercato, ribadito talvolta dalla reiterazione e dalla stessa brevità del verso, risulta funzionale ad una poetica che mira a prosciugare ogni possibile deriva sentimentale. L’assenza di una regolarità metrica consente invece alla Garofalo di riprodurre nella poesia il ritmo sincopatico di un respiro che diventa rantolo, parola strozzata, voce del silenzio. Uno spazio asfittico questo, in cui si promena la percezione vigile ma niente affatto apprensiva di qualcosa d’inspiegabile; mentre la sua vocazione rimane quella di recuperare il discorso, attraverso una scrittura poetica che, pur nella sua esigua essenzialità, condensa tutti i temi della letteratura più alta, dall’amore alla desolazione, dalla ricerca all’incomprensione.
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Patrizia Garofalo, “Dare voce al silenzio”, Il Foglio, Piombino, 2007. Prefazione di Attilio Mauro Caproni



Isabella Cinti Di Paolo, classe 1940, è un’ex insegnante che vive attualmente in una casa ubicata nello scenario incantevole e rasserenante del parco naturale del Conero. Ammorbata da una grave malattia ha trovato qui conforto e sostegno tra la natura generosa e benefica. Vanta al suo attivo alcuni libri di poesia ispirati a tematiche religiose e naturalistiche.
Nel 2003, dopo aver scoperto casualmente che anche il figlio architetto coltivava in segreto la sua stessa passione, decide di dare vita ad un’iniziativa molto originale. Si tratta di due libri in cui da un verso si accede ad una sua raccolta di poesie, e da quello opposto nella silloge del figlio Tommaso. Le copertine riportano la stessa immagine, ma ognuna reca il nome del singolo autore e nel “Canto a due voci” anche una colorazione differente. La scelta risulta funzionale alla decisione di non consentire confronti a priori, e costituisce un felice espediente che consente di realizzare un’opera in comune nella salvaguardia delle rispettive identità. Due codici distanti nella liturgia della parola, eppure affini nel modo di rapportarsi alla vita nella ricerca di un significato autentico, che hanno il proprio nucleo generatore nella condivisione di valori comuni inalienabili e profondamente radicati.
Mentre Isabella trasfonde la sua spiritualità nella tessitura armonica del verso, liberando una poetica tutta pervasa dal dilagante senso dell’infinito, Tommaso sente crescere la volontà di imprigionare colori, profumi, impressioni e li trasfigura in inchiostro vergato sulla carta. Recepisce immagini e sensazioni come un pegno di sublimazione, una suggestiva frazione di eternità che impone alla memoria di restituirla.
Le parole di Isabella divengono musica celestiale come quella che la contemplazione del mistero della vita le regala ogni giorno, riuscendo a modellare il linguaggio all’unisono con il sentore dell’infinito e dell’eterno che ne pervadono l’animo. Ascolta:quell’amore,/fonte di vita/per tutte le creature,/dolcemente ti canta/in fondo al cuore/ed è voce di madre,/voce d’amico,/voce d’amante,/è voce d’infinito. (pag. 53 Canto a due voci)
La soavità e l’armonia del suo rimare sostituiscono la mancanza metrica lasciando liberamente trasmigrare il suo percorso poetico ed esistenziale in una cornice godibile di purezza lirica personalissima. Scende la sera/dagli occhi di lavanda/e sulla terra/sparge sacro il silenzio./Tiepido il vento/accarezza le siepi,/dolcemente scompiglia/alle querce la chioma/e dei nidi dormienti/lieve rapisce i sogni. pag. 22 Finito ed infinito)
Consapevole che i versi producono sull’anima gli stessi effetti che i farmaci hanno sul corpo, non indugia in vacui commerci con l’oscurità, né in speculazioni metafisiche e spirituali, ma si lascia trascinare docilmente in una dimensione rarefatta da un trepido desiderio di luce.
Padre,/donami un cuore puro/che brami il cielo(…) Padre, fa che il mio cuore/perdutamente/s’innamori di te. (pag. 59 Canto a due voci).
I versi di Tommaso, al contrario, denunciano la fragilità di un poeta ancora schiavo delle pulsazioni istintive. E’ una forza vitale, elementare ed inalienabile a dare consistenza al suo linguaggio poetico, ma non per questo egli riesce a mettere il dito là dove il cuore batte, dove respira, dove gioisce ed inevitabilmente duole, riuscendo a portare in luce, tra le pieghe di una scrittura di bruciante densità, una strana ed imprevedibile tenerezza. I suoi brevi frammenti poetici catturano per il tono vibrante della sua sensibilità, talvolta striata da un’ombra di amarezza, da un fuggevole alito di disincanto. Il troppo sole non riscalda, brucia./Il troppo vento non rinfresca, sradica./La troppa pioggia non disseta, sommerge./Il troppo amore non appaga, uccide. (pag. 23 Finito ed infinito) Nel giardino/le lacrime del cielo/ed i baci del sole/s’incontrano da sempre/portando nuova vita. (pag. 41 Canto a due voci)
I versi di entrambi non cercano l’affetto poiché sono nati e cresciuti con esso; ma recano al contrario l’inappagata ricerca di un desiderio comune di trascendere il mondo, esprimendo un nucleo di valori affini. Per questo motivo le loro liriche realizzano un’opera che guarda contemporaneamente a due mondi che finiscono per specchiarsi inevitabilmente l’uno sull’altro.
C’è un tepore familiare in questi libri, una sottilissima corda d’argento che lega il destino di entrambi, un meraviglioso rapporto d’amore che l’arte magica della parola rafforza e tiene in vita, costituendo per tutti noi un forte antidito alla sopravvivenza.

Geshwa Olers e il viaggio nel Masso Verde

Il nemico (Father Elijah. An Apocalypse)


Una giusta presenzaAl giorno di oggi la presenza dei cristiani e del cristianesimo sulla scena italiana non gode di molta simpatia. Per reciproche colpe, di credenti e laici, si inasprisce sempre di più uno scontro ideologico che non rispecchia né la vera volontà del Signore, né il vero spirito laico. Sembra che il terreno di scontro sia sempre il campo sessuale o il sottile e labile confine dell’etica biologica. Da credente, o meglio, da persona che si sforza di credere e di crescere nella sequela, nella fede del Signore Gesù, credo che il ruolo dei cristiani vada rifondato o meglio messo in un meccanismo di continua conversione.
Per iniziare e’ importante tener ben presenti nel cuore le affermazioni del n. 7 della “Veritatis Splendor” : «Nel giovane, che il Vangelo di Matteo non nomina, possiamo riconoscere ogni uomo che, coscientemente o no, si avvicina a Cristo, Redentore dell’uomo, e gli pone la domanda morale. Per il giovane, prima che di una domanda sulle regole da osservare, è una domanda di pienezza di significato per la vita». E in effetti, è questa l’aspirazione che sta al cuore di ogni decisione e di ogni azione umana, la segreta ricerca e l’intimo impulso che muove la libertà. Questa domanda è ultimamente un appello al Bene assoluto che ci attrae e ci chiama a sé, è l’eco di una vocazione di Dio origine e fine della vita dell’uomo».
Vi è un bene assoluto quindi, che chiama in causa ogni uomo ed in modo particolare i cristiani adulti perché “a chi ha sarà chiesto di più”. SI, i cristiani possono e devono indicare un senso alla vita degli uomini; possono e devono indicare un’etica che miri alla giustizia sociale, che sappia vedere il male, condannarlo ed indicare il bene e perseguirlo. Si può e si deve senza mai cadere nella tentazione di essere un’alternativa per tutti (la fede non si impone, mai!) in quanto non per tutti è il cristianesimo. Né si deve cadere nella tentazione di essere un “supplemento di anima” alla società in cerca di sostegno: questo svilirebbe la potenza della croce e del Vangelo, e renderebbe i cristiani schiavi del potere!
Ovviamente la situazione attuale è molto complessa e va subito superata l’idea di un’etica ridotta solo al privato, per ritrovare nel Vangelo ispirazione e forza per ridisegnare un tessuto sociale più fraterno e più giusto. In questo credo sia giusto e fruttificante avere come punto di riferimento le prospettive delineate in “Novo millennio ineunte” soprattutto al capitolo IV. “Compito primario della Chiesa è testimoniare la gioia e la speranza originate dalla fede nel Signore Gesù Cristo, vivendo nella compagnia degli uomini, in piena solidarietà con loro, soprattutto con i più deboli” si tratta cioè di porci come “collaboratori della gioia” dei nostri fratelli, evitando di far da padroni sulla fede” (2 Cor 1,24), in maniera da essere insieme a loro “portatori della gioia a ogni uomo”.
Al momento storico in cui siamo è bene che una delle due parti (credenti e laici) smorzi i toni, mostri segni di apertura, abbandoni i toni continui di polemica spiccia e non costruttiva. Compito del cristiano è non evadere la storia ma vivere la storia nella compagnia degli uomini e non contro gli altri uomini! Questo va sempre ricordato. Per il Signore non esistono cristiani e non cristiani ma tutti sono suoi figli! Si, la chiesa è espressione della primizia dell’umanità ma anche chi non vi appartiene è per Dio suo preziosissimo figlio! A volte credo che noi credenti queste elementari verità le dimentichiamo volutamente per ritrovare un’identità che però abita altrove e non in queste cose. Certo i cristiani non rinunceranno mai alle loro convinzioni dettate dall’incontro col loro Signore; ma mai e poi mai perseguiteranno chi la pensa diversamente.
E allora cosa caratterizza i cristiani? Quale il loro ruolo nella società? Personalmente sono sempre più persuaso che i cristiani, come già profeticamente ci dice la “lettera a Diogneto”, non si distinguono per costumi particolari, lingue diverse, abitudini troppo stravaganti rispetto agli altri uomini. No! L’unica distinzione è la fede nel Signore, nella risurrezione e soprattutto nell’amore verso tutti fino al nemico. Questa è l’unica differenza.
A mio parere la difficoltà odierna è che questa differenza sia poco creduta e praticata. Le “opere belle” di cui parla il vangelo sono messe troppo sotto il lucerniere o sotto il mogio; e quelle che vengono messe in mostra corrono spesso il rischio di non essere attribuite al Signore ma alle sole mani umane e quindi diventano Philautia (amore di se stesso, solo dell’uomo). Ma il cristianesimo è altro, molto di più. E’ qualcosa che ha ancora molto da dire all’uomo di oggi e di domani. Senza arroganza, ma con molta umiltà, come servizio all’uomo. Come ha fatto il suo Signore.

Giraldi Editore, 2006
K come Kindo, un ragazzino dotato di un’intelligenza precoce alle prese con le gioie e le difficoltà della vita; K come Karin, una bella donna che aderisce amorevolmente al ruolo di moglie e di madre; K come Kevin, un uomo calvo, sdentato, con un naso lungo e storto e due sopracciglia folte come la scopa della befana, ridicola parodia di un padre tenero e goffo; K come Kicco, un cane meticcio con le gambe corte e privo di coda.
Forse K come già i Kika Kamillo e Kromo di Francesco Tullio Altan. Oppure K come Key : la chiave per entrare nel cuore di un bambino, come avanza argutamente Daniela Domenica nell’introduzione. Una chiave che gli adulti hanno obliato tra i tesori infantili quando hanno iniziato a credere a miraggi di verità più ricche di quelle che recavano nella propria anima. Susanna Sarti questa chiave magica per nostra fortuna l’ha conservata e dopo averla riesumata dalla soffitta polverosa del proprio passato l’ha utilizzata riuscendo a calarsi perfettamente nei desideri nascosti e nelle speranze di un bambino.
Kindo racconta in prima persona descrivendo con un delicato tocco di sana ironia, non priva di generoso affetto, lo stravagante nucleo familiare che anima lo scenario della sua infanzia. Fino al giorno in cui si spalanca dinanzi alla sua vista uno scenario seducente ed inebriante di un mondo in cui il sole non tramonta mai sull’ armonia e la pace assoluta.
Tuttavia Kindo riuscirà a resistere alla malia illusoria di un rifugio rassicurante tra i campi aperti dell’eterna giovinezza, avvertendo con rara capacità di discernimento, tutta l’inadeguatezza di un’esistenza priva di affetti e di dolori, di speranze e di delusioni, di amore e di morte. Ma da questa esperienza uscirà profondamente rinnovato, poiché lontano ed estraneo a se stesso l’io diventa meravigliosamente oggettivo, predisponendo il proprio animo ad un impiego stimolante ed impegnato della propria vita.
Con questo racconto piacevole, coinvolgente ed amabilmente surreale, Susanna Sarti non mira a collocarsi autorevolmente nei luoghi sempre persi e ritrovati della tradizione fiabesca. Nel suo libro non troviamo traccia della fantasia linguistica e dell’eleganza del nonsense rodariano. La sua incursione nel tempo eterno del mito e della fiaba mira, con grande grazia creativa, a trasfigurare le vicende entro una dimensione più consona all’esperienza di oggi, attraverso un convincente equilibrio di fantasia, di fiaba e di realtà quotidiana. L’autrice non punta alla liberazione dirompente della fantasia, né alla mera astrazione consolatoria, ma se ne serve unicamente come strumento di lotta e di dissacrazione, come una lama va ad infilarsi dritta nel cuore degli adulti.
Con un linguaggio che ha il pregio di restare semplice e concreto, di folgorante immediatezza morale e descrittiva, ci offre un prova narrativa che tratta della storia della crescita di un ragazzino, ma anche del tema della maturità affidandosi ad un fine senso dell’umorismo e dell’ironia.
La scrittrice emiliana si conferma scrittrice versatile, capace di creare figure e situazioni che catturano per la loro efficacia, non priva di accenti delicati e di contenuta emotività. E con questo libro ci sforna una pietanza di squisita bontà, in cui c’è tutto, ma proprio tutto ciò che deve avere una fiaba per essere bella. La si divora in poco tempo e lascia un gradevolissimo, delicato sapore di cose buone, genuine e gustose.
MANUALE DEL GUERRIERO DELLA LUCE di Paulo Coelho
Titolo orig.: MANUAL DO GUERREIRO DA LUZ
Bompiani, 1997
Pagine: 156
ISBN: 88-452-3183-6
Prezzo: 10€

Questo piccolo best seller di Paolo Cohelo, si può definire uno di quei libri che non possono assolutamente mancare in una libreria.
Di per sé non è un libro che segue una sua logica come siamo abituati solitamente. In questo sta anche la sua originalità e bellezza. E’ la storia di un ragazzo che sulle sponde del mare è invitato da una misteriosa donna ad ascoltare il suono delle campane. Un chiaro invito all’interiorità, ad ascoltare se stessi, a ritornare in sé. Un tema caro a molte religioni e carissimo al Cristianesimo. Basti pensare ad Abramo che è invitato da Dio a “uscire dalla sua terra”leggiamo sulle nostre traduzioni, ma in verità la corretta espressione dall’ebraico sarebbe “Va verso te stesso, ritorna verso te stesso” per riscoprirti e ritrovarti aggiungeremmo noi. Un tema dunque in comune con gli ebrei e non solo; un tema chiarissimo anche nella tradizione cristiana autentica, radicata nelle scritture; come non far venire alla mente la parabola del Figlio prodigo, dove il minore dei fratelli una volta toccato il fondo di se stesso “ritorna in sé” – dice il brano – e decide di ritornare da suo padre.
Questo è un sicuramente il filo rosso di questo piccolo gioiello di letteratura moderna, che si snoda in piccole raccolte - oserei dire- sapienziali che danno luce in chi le legge. Oltre al tema del cercare dentro di sé la verità e la forza, sono affrontati temi quali il discernere, il perdono, lo scegliere sempre la parte buona della vita ma anche la capacità di accettare i propri limiti e di superarli nel tempo. Ovviamente non manca il grande tema dell’Amore. Non solo inteso quale rapporto tra uomo e donna ma anche come realizzazione di sé; Amore come risposta alla domanda profonda sul senso della vita.
Chi s’imbatte in questo libro conosciutissimo in tutto il mondo, trova sempre una pagina, una frase, una situazione che parla del suo momento, alla sua situazione. E’ un libro che per sua natura si presta a essere riletto molte volte; il lettore non saprà resistere nel ritornare sul corpo centrale del libro per andare a cercare la pagina che più può aiutarlo in quel momento.
In definitiva è un piccolo breviario d spiritualità dal quale chiunque e in qualsiasi momento della giornata può attingerne la forza e la luce.
Alessandro L.

Una delle peculiari finalità dello Studio Teologico affiliato «Laurentianum» dei Cappuccini di Venezia è stata, da secoli, la formazione di giovani Candidati all’Ordine dei Frati Minori per l’evangelizzazione itinerante dei popoli lontani e dei poveri localizzati sul territorio, là dove sorgevano le Fraternità dei cosiddetti «Scapuzzini» della Vita Eremitica, ovvero della Riforma Francescana dei Frati Cappuccini. Nel capoluogo lagunare, a parte qualche breve interruzione dovuta a risapute vicissitudini storiche, fin dal 1542 si registra la presenza di uno tra i più famosi «Studia Generalia» nati con la Riforma, dove i giovani Cappuccini venivano preparati, attraverso lo Studio della Sacra Pagina e della Theologia, ad annunciare la buona novella di Gesù, unico Salvatore del mondo. Non sarebbe peregrina la questione di porci la domanda di perché, per tutti questi secoli, lo Studio Teologico sia rimasto sempre a Venezia, pur avendo fondato la Provincia Veneta numerose altre Province un molte altre parti dell’attuale Europa.
La risposta a questa precisa domanda, legittima e, al contempo spiega, il tema di questo «VII Symposium Laurentiani» celebrato nell’“anno paolino” e nel “giubileo leopoldiano” appena iniziati che porta il titolo «Evangelizzare è la nostra vocazione». Proprio San Paolo, l’Apostolo delle Genti, aveva intuito come l’annuncio del kerygma andava fatto nelle Città, soprattutto in quelle dove vi era il massimo smistamento di persone, quali furono i nodi portuali di Corinto, Salonicco, Napoli e Roma, come probabilmente sentiremo nella prima Relazione di Mons. Bruno Maggioni. Anche la Venezia che, nel XVI secolo – esattamente nel 1534 – vide arrivare i Cappuccini, era un autentico crogiuolo di popoli che andavano e venivano attirati da pluriformi attività, certamente una «Grande Mela» newyorkese ante litteram, peculiare non irrilevante che, infatti, non sfuggì né a Sant’Ignazio di Loyola né ai Gesuiti di allora – per fare soltanto un esempio –, né all’attuale Patriarca di Venezia Card. Angelo Scola, il quale, da sei anni a questa parte, ha creato a Venezia uno dei più qualificati poli accademici europei con lo «Studium Generale Marcianum».
Ciò nonostante, è risaputo che la prima motivazione che spinse i Cappuccini ad approdare a Venezia fu l’assistenza ai poveri nella periferia, che era allora l’Isola della Giudecca, dove la Serenissima aveva confinato gli appestati e dove si registrava una sensibile presenza di Ebrei, Isola dove è, infatti, ancora ubicato lo Studio Teologico affiliato «Laurentianum». Profondamente motivati ad annunciare il Vangelo agli ultimi più ultimi – ai reietti dalla ricca società veneziana – molti giovani Cappuccini, alcuni coetanei di alcuni miei confratelli presenti qui in aula oggi, amarono così tanto quei poveri appestati, da morire con loro e per amore loro, rispecchiando in quella diuturna vicinanza agli appestati il bacio dato al lebbroso da Francesco d’Assisi. E anticipando – senza voler troppo forzare con indebite analogie i chiasmi della storia – l’intuizione della «Comunità Nuovi Orizzonti» – di cui ci parlerà Chiara Amirante, nella seconda parte dell’odierna giornata.
A Venezia, dunque, i Cappuccini si trovarono a dover incrociare due realtà, che, per così dire, tengono uniti, come in un’ellisse, i due momenti di questo questo nostro Atto Accademico di oggi: l’annuncio del Vangelo nelle Città – come ha fatto tra l’altro per decenni qui a Padova in pochi metri quadrati nella sua celletta confessionale San Leopoldo Leopoldo Mandić – e l’annuncio della buona notizia nelle periferie. Ecco perché, sempre nello Studio Teologico «Laurentianum» di Venezia, il Segretariato provinciale per l’evangelizzazione ha voluto istituire la «Scuola di Evangelizzazione» triennale apertasi, con un insperato successo, proprio lo scorso Novembre nei locali del SS.mo Redentore alla Giudecca. E questo a significare che, se la vita consacrata in Europa sta, forse, sbadigliando – mentre, invece, in India e in Asia scoppia per Candidati all’Ordine Cappuccino – non per questo essa in Europa è morta. Anzi, la Vita Consacrata sa che saprà risollevarsi se farà suo il suo DNA della Chiesa che è «per natura missionaria» (Ad Gentes 1) annunciando il Vangelo ai poveri, che – se non vedo male – in Europa oggi sono soprattutto i giovani, tra i quali domina l’«ospite inquietante» che è la paura per il proprio futuro.
La dimensione missionaria della vocazione francescana, di cui abbiamo pure trattato nell’ultimo Capitolo Provinciale Straordinario celebrato a Venezia lo scorso Febbraio 2007, si innesta, dunque, in un annuncio di Gesù Cristo fatto seguendo San Paolo, là dove i popoli oggi si smistano, ma senza abdicare nell’intercettare la cultura e il linguaggio dei giovani che vivono non soltanto nelle periferie, ma anche, nostro malgrado, alla nostra periferia, quasi parallelamente a fianco della Vita Consacrata. Chi si è innamorato con il proprio cuore del Signore Gesù sa che la missione della Chiesa è appena iniziata, è soltanto a primavera (Redemptoris Missio n. 86) e, quindi, sa che si tratta di dover rischiare soprattutto su due fronti: uscire dai Conventi di Città e andare per le strade della Città secolare, soprattutto da coloro che sono la primavera della Chiesa: i giovani, che dai nostri occhi sperando di scorgere il riflesso meraviglioso di quelli di Gesù: riflesso che un Consacrato dovrebbe riverberare senza alcuna opacità cosiddetta di genere.
Univ.- Prof. DDr. Gianluigi Pasquale OFM Cap.

Mondadori 2007
Pagine: 243
ISBN: 9788804572657
Prezzo: 17,50 Euro

Non è certamente un compito facile presentare e commentare l’eccellente saggio recentemente scritto da Gianfranco Ravasi.
Del resto, egli si avventura in profondità nelle più oscure latebre di quel dedalo che ogni persona ha dentro di sé.
L’argomento è di quelli scottanti; sì, perché se parliamo di vizi capitali, alle nostre orecchie tale espressione suona un po’ desueta e sa tanto di catechismo preconciliare. Tuttavia, ed è proprio la tesi che si vuole dimostrare, il settenario classico di quei peccati che sono stati sviscerati nei loro aspetti teologici e morali da secoli di elaborazione dottrinale, tuttora conserva intatta una sua provocatoria attualità. Il male è parte della nostra esistenza oggi, come lo è stato per l’umanità del passato; la differenza sta nel fatto che, nella nostra cultura contemporanea, il confine tra bene e male è divenuto, per così dire, piuttosto evanescente. Spesso non sappiamo più che cosa è buono e che cosa non lo è, immersi come siamo in una generalizzata indifferenza per le questioni etiche, che va di pari passo con la “dittatura del relativismo” evocata da Benedetto XVI.
La trattazione segue il solco tracciato dalla dottrina morale dei sette vizi capitali, così come ci è stata trasmessa dalla tradizione della Chiesa; Ravasi attinge costantemente alle Sacre Scritture, oltre che ad opere come i Moralia in Iob di San Gregorio Magno e la Summa Theologiae, le Questiones disputatae, il De Malo del Dottore Angelico Tommaso d’Aquino; è su tali solide fondamenta che si regge l’edificio della sua argomentazione.
Avvalendosi della sua vasta e profonda cultura, l’autore espone una sorta di fenomenologia dei peccati, che sono esaminati in modo multiprospettico, sotto luci diverse. Il coinvolgimento del lettore è continuamente stimolato dal ricorso a trame e soggetti letterari di ogni epoca, tra i quali un’attenzione particolare è accordata alla mitologia e alle letterature latina e greca, nonché alla Commedia dantesca; a passi di scritti filosofici, a rappresentazioni pittoriche e trattati d’iconologia, a concetti psicoanalitici ed anche a citazioni cinematografiche di film d’autore.
In ultima istanza e nella loro più intima essenza, i vizi capitali consistono in abitudini inveterate al peccato e al male; essi, in quanto scaturiscono dal libero arbitrio dell’uomo e dalla sua facoltà di operare scelte deliberate rappresentano, in differenti modi e in diversa misura, una violazione del progetto di Dio sulla creatura umana, che si può esprimere e riassumere nel precetto cristiano della carità. Chi persevera in un peccato non ama Dio, il prossimo e neppure se stesso.
Le porte del peccato è un libro per tutti, credenti e non credenti, perché in fondo ognuno di noi, leggendolo, non può non sentire un’eco della propria personalità e della propria vita. Come scrive François de la Rochefoucauld, scrittore moralista del Seicento nelle sue Riflessioni o sentenze e massime morali:

Titolo originale: Tha tale of the children of Hurin


Evidentemente Jane Austen va di moda, se il cinema ci ha appena sfornato nel 2006 la riedizione di Pride and Prejudice (con Keira Knightley, candidata all’oscar come migliore attrice protagonista) e nel 2007 è uscito Becoming Jane (con Anne Hathaway che narra il flirt di una giovanissima Jane per Tom Leroy (vero e documentato), amore corrisposto ma non convolato a sospirate nozze per l’ostacolo del censo sociale della famiglia Austen, non sufficiente per aspirare ad una parentela con i nobili Leroy, e da cui la scrittrice si presume abbia tratto ampio materiale per i suoi due primi capolavori: Orgoglio e Pregiudizio e Ragione e Sentimento.
A parte questi due film, c’è da notare che in Inghilterra nell’ultimo decennio sono state tratte riduzioni televisive e cinematografiche da tutti i sei romanzi della Austen, e che di alcuni esistono anche due versioni a pochi anni di distanza una dall’altra (basta andare su You Tube e digitare Jane Austen, o su Amazon.uk per comprare i dvd in inglese).
Viene da pensare che, essendo rara al giorno d’oggi una buona sceneggiatura, sia sempre proficuo saccheggiare dall’immaginario di Jane.
Mansfield Park è uno dei romanzi meno conosciuti di Jane Austen (1775-1817), però è unanimemente considerato il più complesso e da alcuni (tra cui io) il suo capolavoro. Anche di questo esiste l’ottima versione cinematografica datata 1999, ovviamente in inglese perché per motivi incomprensibili il film non è mai stato distribuito in Italia); persino i nostri critici (che evidentemente l’hanno visto) ne hanno parlato in maniera lusinghiera.
Il soggetto è esigente, quello che più si stacca dal consueto schema austeniano eroina- avventura travagliata-conclusione. Di solito Jane adotta lo schema classico, quello secondo la teoria aristotelica della narrativa: la collusione, la crisi e la catarsi. (Jane si colloca prima dell’avvento del romanticismo; anche se può considerarsi pre-romantica, è avvisa da tutte le scrittrici romantiche, ad esempio dalle sorelle Bronte che considerano le sue protagoniste delle insulse anti-eroine. Sono Walter Scott la ammira. Per fortuna le sue opere all’epoca circolavano indipendentemente dai favori degli scrittori in auge in quel momento).
Eppure qui la protagonista non è tanto la fanciulla di cui Jane racconterà, ma una tenuta signorile: Mansfield Park, e tutte le vicende che ruoteranno attorno ad essa.
Scritto tra il 1812 ed il 1814, pubblicato nel 1814, rimane un romanzo in parte oscuro. Jane lo scrisse in una stagione della sua vita in cui aveva capito che, ormai, forse non si sarebbe più sposata. Il padre era morto, lei con la madre e la sorella Cassandra (nubile come lei) vivevano in una condizione di precarietà, con una piccola rendita appena sufficiente. Si sono trasferite in un cottage molto meno costoso, con un mobilio essenziale. E' in questa situazione difficile, certamente non immaginata (non si aspettavano che la morte del padre le avrebbe gettate in miseria), che Jane si accinge a scrivere questo romanzo, atipico per la sua produzione narrativa.
La protagonista, Fanny Price, è appartenente alla lower class, caso unico nella narrativa austeniana. Suo malgrado si ritroverà a fare la “scalata sociale” (esempi simili li troviamo tranquillamente nei romanzi dell’epoca, basti pensare a Pamela di Samuel Richardson), ma c’è qualcosa di anti-moderno in questo romanzo: la critica ai costumi della società che, secondo Jane Austen, cominciavano ad essere troppo licenziosi, specialmente quelli provenienti da Londra. La critica al teatro ed alle nuove commedie, apportatrici di dis-valori, la critica alla town come città tentacolare ingannatrice, in opposizione alla quiete della campagna, del park (Mansfield Park è la tenuta nobiliare in cui è situata la villa della famiglia Bertram, la famiglia che accoglie in casa Fanny e la crescerà come una figlia[1]). La critica al fariseismo nobiliare e alla rigida divisione in caste sociali: i nobili che potevano godere della loro ricchezza grazie alle piantagioni e alle usurpazioni degli schiavi nei loro possedimenti nelle Indie (di fatti sir Thomas Bertram ha un possedimento coloniale alle Antille).
Un’esaustiva trama si trova su wikipedia (http://it.wikipedia.org/wiki/Mansfield_Park). Io ne faccio appena i cenni salienti:
Fanny è il “prezzo” da pagare (di fatti fa Price di cognome) perché il ricco sir Thomas Bertram senta di far qualcosa per i suoi parenti poveri; quasi come riscatto dell’appartenere alla upper-class sir Thomas decide di allevare in casa sua una figlia della sorella della moglie (sposata con un ufficiale povero di marina). La scelta cade su Fanny, che quindi viene condotta a Mansfield Park per crescervi insieme agli altri quattro figli di sir Thomas e lady Bertram. Tom, Mary e Giulia si dimostrano vacui e frivoli. Sono Edmund (che di fatti è il più integerrimo dei quattro, quello non aspira alla carriere ma che vuol diventare pastore) dimostra simpatia per Fanny. Col tempo Fanny s’innamora del cugino, mentre il cugino dimostra solo una passione fraterna per lei. Le cose si complicano quando, mentre sir Thomas è alle Antille in visita ai suoi domini coloniali, arrivano nella tenuta vicino al Park una coppia di fratelli dalle abitudini un po’ più vivaci: Hanry e Mary Crowford. Edmund s’innamora di Mary, che pur desidererebbe che un ottimo partito come lui non si desse via alla semplice vita di pastore di campagna. Hanry invece fa la corte contemporaneamente alle due sorelle, per poi prediligere proprio quella fidanzata. La cosa precipita nel momento in cui la compagnia di amici decide di mettere in scena la recita di una commedia teatrale che andava di moda all’epoca. Le donne non potevano recitare, ma secondo più libertine usanze le sorelle Bertram e Mary Crowford vi prendono parte. Edmund e Fanny non vorrebbero parteciparvi, ma alla fine vi sono costretti. La rappresentazione va a monte solo perché, all’ultimo momento, arriva da Antigua sir Thomas che – non approvando la recita – la fa andare all’aria. Tom e i due Crowford vengono allontanati, Mary si sposerà col fidanzato e le cose sembrano per il momento mettersi bene.
Ma quando Hanry e sua sorella fanno ritorno, Hanry decide a mò di passatempo di far innamorare di sé Fanny. La poverina, che non s’aspetta un corteggiamento in piena regola e che ha occhi solo per Edmund, si trova a dover subire la pressione di sir Thomas che vorrebbe che sposasse Hanry. Lui, che non conosce così bene i due fratelli Crowford come li conosce lei, non ci vede nulla di male nell’unione tra Hanry e Fanny. Per cui, all’intestardimento di lei di non sposarlo, decide di mandarla a casa sua, dalla sua povera famiglia, sperando che metta la testa a posto e cambi idea.
Di fatto Hanry veramente sembra sul punto di cambiare vita, e lei di smettere di pensare ad Edmund (che nel frattempo sembra indirizzarsi verso il matrimonio con Mary Crowford), salvo che – in un momento in cui Hanry è a Londra (la città tentacolare) e reincontra la sua antica fiamma Mary Bertram, cede alla voglia di ricorteggiarla nonostante sia sposata. Lei si abbandona alle dichiarazioni del libertino Hanry e le cose si ingarbugliano al punto tale che, alla fine, scapperanno insieme. È un fulmine a ciel sereno: la disgrazia a questo punto colpisce la famiglia Bertram. Il marito di Mary chiede ed ottiene il divorzio, sir Thomas e la sua famiglia si convincono dei costumi libertini dei Crowford (pure Mary, dicendo che suo fratello si era comportato male, però in fondo lo giustificava), e Fanny viene richiamata a Mansfied Park. A questo punto si aprono gli occhi ad Edmund che finalmente comincia a vedere la cugina come una donna e se ne innamora. Alla fine si sposeranno e vivranno nella tenuta di Manfield Park, lui come pastore e lei come moglie del pastore.
Il libro si chiude nel migliore dei modi, come se nell'immaginario di Jane la tradizione con i suoi sani valori vincesse sui pericoli e sulle tentazioni che la scrittrice vede avvicinarsi da Londra. Di fatto Londra espanderà la sua influenza sulla società inglese, ma è come se l'animo di Jane rimanesse puro e ancorato ai sani principi paterni; forse è questo uno dei motivi che ne fanno una scrittrice fuori dal tempo.
Riporto alcune recensioni significative:
http://www.internetbookshop.it/code/9788817172622/austen-jane/mansfield-park.html
Anche altri lettori oltre a me confermano questi miei giudizi:
“Fanny Price è diversa da tutte le altre eroine di Jane Austen: non ha il senso dell’umorismo di Elizabeth Bennet né la frivolezza di Emma, e nemmeno la consapevolezza di Elinor Dashwood o l’irruenza di sua sorella Marianne. Fanny è tutta buon senso, umiltà, riservatezza e vulnerabilità. È il personaggio più passivo del romanzo, eppure dal punto di vista dell’azione morale, Fanny è la più attiva perché è l’unica che riesce a vedere le cose nella giusta prospettiva fin dal principio. Nella sua immobilità, è un personaggio chiave, simbolo di quel mondo di pacata quiete e solidi valori che era l’Inghilterra rurale del primo Settecento, contrapposto alla frenesia e dinamicità di una Londra ormai alle soglie della Rivoluzione industriale. Con Fanny, Jane Austen disegna il ritratto di un’eroina positiva non per abbondanza, ma per difetto di qualità mondane: un’eroina che fa dell’immobilità la propria forza, e vince senza fare nulla.
…Fanny, vittima dell' egoismo e della superficialità di nobili alquanto sciatti interiormente.
… Mansfield Park è senza dubbio il più profondo, serio e morale dei romanzi della Austen. Non affrontatelo aspettandovi un'eroina brillante e audace come Elizabeth o Emma. Fanny è timida, schiva, riservata e "immobile". E' il simbolo positivo di Mansfield, colei che impedisce che la famiglia vada in pezzi, la figura che salvaguarda la stabilità dei buoni principi in cui Jane Austen credeva, in un'epoca che avrebbe conosciuto di lì a poco dei cambiamenti radicali, che avrebbero spazzato via il tranquillo mondo rurale che fa da sfondo alle vicende umane dei personaggi dei suoi libri, ma anche a quelle personali dell'autrice. Mansfiel Park è un romanzo che si propone di ribadire, difendere questo mondo e i suoi valori contro quelli "cittadini" dei fratelli Crawford. La storia d'amore, che pure è presente (non sarebbe davvero Jane Austen se non ci fosse!) è un diversivo, un pretesto che permette all'autrice di parlare d'altro. L'ironia non è messa del tutto da parte, anche se non è paragonabile (a mio parere)a quella, divertentissima, di Emma. Fanny è forse un'eroina difficile da amare: non è bella, non è vivace, non compie mai errori, che la renderebbero più vicina al lettore. Resta sempre ferma sui propri principi e idee, non si lascia incantare dalle belle apparenze, sa riconoscere il male e la depravazione dietro alla facciata. Ma è il simbolo di quel mondo tranquillo, che sarebbe stato travolto dalla nuova era industriale e che Jane Austen consapevolmente difende e, almeno nella finzione letteraria, fa trionfare.”
Elisabetta M.
[1] Era abitudine comune all’epoca “cedere” uno dei vari figli (specialmente se la famiglia era numerosa) ai parenti perché venisse allevato, specialmente se questi parenti fossero stati più ricchi e perciò più pronti a supportare le spese di educazione ed istruzione del figlio. La stessa famiglia Austen “cedette” un fratello maggiore di Jane a dei parenti nobili. La cosa fu un bene, perché quando morì il padre di Jane, Jane con sua sorella Cassandra e con la madre dopo varie peripezie (caddero in povertà, sebbene Jane non ne parli molto nelle sue lettere, per altro quasi tutte andate bruciate dalla sorella per volontà stessa di Jane) furono accolte proprio in casa del fratello che era stato allevato dai parenti ricchi e che, una volta morto lo zio, aveva ereditato l’intera proprietà nobiliare.


Dopo le sferzanti denuncie dell’inquietante realtà del precariato, e le amare riflessioni sulle dirompenti condizioni sociali dell’opulenza consumistica, Andrea Bajani trova una nuova dimensione comunicativa perlustrando zone d’affetti e d’ombra.
Il protagonista di questo racconto tenero e coinvolgente sbarca in Romania apparentemente per assistere ai funerali della madre e per comprendere le motivazioni, che in un lontano giorno della sua infanzia, la condussero ad abbandonarlo con il padre adottivo per inseguire un progetto commerciale stravagante ed una passione amorosa mal riposta.
Ma presto il viaggio a Bucarest di Lorenzo si rivela un accurato espediente per allargare la visuale su di un paese stravolto dalla delocalizzazione, un fenomeno economico dietro al quale si dissimula una nuova forma di colonizzazione.
Gli uomini che atterrano a Bucarest sono in cerca di fortuna. Hanno trasferito li le loro aziende, comprato terreni e fuoristrada ed innalzato capannoni con nomi italiani per mettere le mani su donne e denaro. Sono i nuovi pionieri di un’economia feroce, che non mira alla promozione delle risorse umane ma tende unicamente al loro sfruttamento e che con la presunzione di togliere il medioevo dalla testa di questa gente, compra la loro miseria per pochi soldi. Con i soldi sistemi tutto, i romeni vanno matti per i soldi.
Il protagonista si guarda intorno con un misto di inquietudine e curiosità, osservando con infinita tristezza l’infilata dei capannoni di lamiera, tirati su gli uni accanto agli altri così come l’opprimente presenza del palazzo di Ceausescu.
Bajani incapsula le parole e gli aggettivi in maniera da vivificare gli ambienti narrati, disegnando con estrema leggerezza e con pudore una serie di immagini concrete e pur lievi, sempre avvolte in un’atmosfera molto tenue, riuscendo mirabilmente a gettare un fascio di luce sulle contraddizioni di una terra lontana squassata dall’avido furore di una devastazione morale.
Con ruvido disincanto egli spoglia il mondo delle sue tinte consolatorie, rendendoci digeribile, ancorché non accettabile, la crudeltà umana e le miserie della vita, accomunando la malinconia di un ragazzo che ha perduto la madre tra le voraci fauci dell’egoismo con il silenzio straziante di coloro che vivono di miseria e di risentimento.
Privo di acredine, l’io narrante si rivolge alla madre con un rimpianto nostalgico che nasce da una maniera di osservare il mondo ad un tempo distaccata e partecipe. Reggendo la lanterna dei suoi ricordi si addentra con pazienza e con determinazione nel buio di un’esistenza ricavandone un sentimento di straziante desolazione.
Hai cominciato a partire che ero piccolo. La prima volta è stato un viaggio di piacere, andare a trovare degli amici che avevano tentato la fortuna. Mi avevi disegnato il mondo sopra un foglio, la sera prima, e mi avevi fatto vedere dove andavi. Noi siamo qui, mi avevi detto, e domani io sarò in questo punto quaggiù. Avevi tracciato una riga con un pennarello rosso che partiva da casa e arrivava fin lì. È un ponte, dicevi, è come passare dall'altra parte del fiume. Così sotto il ponte avevamo colorato tutto di blu, avevamo riempito d'acqua l'Europa. Poi il foglio l'avevamo attaccato con lo scotch allo sportello del frigo, e lì è rimasto per gli anni a venire.
Scritto con un linguaggio duro ma poetico il racconto coinvolge profondamente il lettore che viene assorbito da una narrazione che si dipana lenta ed accattivante. E non si può non entrare in sintonia con un autore capace di sedurre con emozionante naturalezza e di commuovere con raffinata essenzialità espressiva.
Andrea Bajani, nato a Roma nel 1975, vive attualmente a Torino. Ha pubblicato “Morto un papa” Ed. Portofranco , “Qui non ci sono perdenti” Ed. Pequod, “Cordiali saluti” Ed. Einaudi, “Mi spezzo ma non mi piego” Ed. Einaudi. Per il teatro è coautore di “Miserabili”, l’ultimo spettacolo di Marco Paolini e “I mercanti di liquore”. Fa parte della redazione di Nazione Indiana, collabora con “

LA CITTADELLA di Cronin, Archibald j.
Titolo originale: The Citadel
Bompiani tascabili, 2000
Pagine: 368
Codice isbn : 45246821
Prezzo: 8,50 €

In un tempo in cui si va incontro ogni giorno sempre di più verso le barbarie, servono sempre di più incentivi all’umanità all’umanizzarsi dell’uomo. Quando parlo di umanizzazione dell’uomo, intendo la riscoperta da parte di quest’ultimo del suo essere creatura, quindi fatta anche di limiti e dalla forte possibilità di errare.
Ovviamente accanto a questo non vanno mai dimenticati i sentimenti e le forze di bene di cui ogni persona è dotata. Per dirla in poche parole chiare: avere la consapevolezza di essere sì un prodigio ma con la possibilità e la reale probabilità di commettere errori.
Tutto questo si trova nello splendido libro di Cronin “la Cittadella”. Storia di un uomo, che fa della sua professione di medico uno dei capisaldi della sua vita ma che ben presto, perdendone il controllo, lo condurrà su vie inaspettate. Senza anticiparne troppo la storia, egli si troverà a percorrere le strade dell’innamoramento, del successo professionale, del vendersi per la carriera, del tradimento dell’amore e della morte. Tuttavia il finale in agrodolce - seppur con tutta la sua drammaticità- apre nella realtà di una vicenda umanissima un grosso spiraglio di speranza. Un libro scritto senza distaccarsi mai dalla realtà, un libro datato ma di un’incredibile attualità. Questo perché Cronin è riuscito sempre a narrare il cuore dell’uomo senza mai tirarsi indietro di fronte alle sue brutture, sapendolo capace di grandi riscosse. Del resto la storia dell’uomo si ripete sempre a grandi linee e seppur rimane vero come dice la Bibbia che “Il cuore dell’uomo è un abisso e solo Dio lo conosce” resta altrettanto vero che è possibile per tutti conoscere ciò che abita il cuore dei propri fratelli.
E’ questa un po’ la sfida che l’autore cerca di lanciare o meglio denunciare. Ci sono forze che apparentemente sembrano buone e valide ma che ben presto alienano l’uomo perché si ergono ad idoli della sua vita facendogli da ombra sulle cose e sui valori veri. Questa è la sfida. Saper vivere “la buona battaglia” una lotta spirituale che metta ordine nella vita e dia priorità alla cosa che conta di più. L’amore è il bene assoluto che realizza l’uomo. L’amore per se stessi che si riversa sule persone più vicine, sulle donna con cui dividere una vita intera, su i figli, su chi ha bisogno…
Tutto questo viene fuori dal romanzo di Cronin, e viene fuori senza che l’autore dia un giudizio o voglia influenzare il lettore. Egli si limita a evidenziare i sentimenti dei protagonisti che come caratteristica hanno una vera e autentica umanità, dove ognuno di noi può trovare riscontro. Un libro che lascia una scia di riflessione, che tocca il cuore e spinge a riflettere sui sentimenti, buoni e brutti. Una riflessione che umanizza e che si rende urgente di questi tempi.
Alessandro L.

Confesso ex abrupto che il mio costante interesse per la figura storica di Federico II, non è estraneo al fatto di risiedere nelle vicinanze “della nobile città della Marca ove la sua culla risplendette”. Fin dai tempi del liceo le vestigia fridericiane disseminate lungo la penisola sono state per me oggetto di frequenti pellegrinaggi.
In primis ovviamente nella sua città natale, a poche decine di chilometri da Ancona, ove nel centro storico è stata eretta una statua che lo riproduce proprio nel punto in cui, secondo il cronista storico Giovanni Villani, fu concepito sotto una tende dalla madre Costanza d’Altavilla il 26 dicembre del 1194. Jesi ospita inoltre una illustre Associazione Fridericiana, promotrice di congressi ed iniziative a scopo divulgativo.
Quindi a seguire i resti dei castelli e dei manieri che fece costruire prevalentemente nel sud d’Italia, tra cui in particolare la massa imponente e misteriosa del prisma ottagonale di Castel del Monte, la cui funzione è ancora al oggi centro del dibattito storiografico.
Inoltre i testi redatti dagli storici più autorevoli e di vario orientamento ideologico hanno costituito per me oggetto di approfondito e costante aggiornamento.
Tra le migliori biografie reperibili in lingua italiana quelle accreditate di maggior rigore storico restano ancora oggi quelle redatte da Ernst Kantorowicz, da Eberhard Horst e da David Abulafia.
La monumentale opera del Kantorowicz (1) del 1927, corredata da un’imponente massa di note bibliografiche costituisce il primo autorevole tentativo di accreditare l’Imperatore medioevale come il fondatore di uno Stato laico ante litteram, regolato per la prima volta sulla base di un apparato legislativo e non più solamente sulla legittimazione divina.
Si tratta di una lettura eccessivamente personalizzata, tipica della storiografia liberale, secondo la quale sono le idee e le res gestae dei grandi uomini a fare la storia. Ma lo storico tedesco si spinge oltre fino a veicolare con ardita disinvoltura la mistica icona di un Federico II persuaso di incarnare la nuova figura del redentore, contrapponendola all’atteggiamento di una Chiesa lontana dai valori cristiani.
Cinquant’anni più tardi Eberhard Horst (2), pur restando nell’ambito dell’approccio metodologico della storiografia liberale tedesca, fa giustizia di un luogo comune secondo il quale l’imperatore svevo avrebbe tentato per la prima volta di unificare l’Italia sotto il profilo linguistico e culturale oltre che politico e territoriale. Pur dimostrando l’inadeguatezza delle incaute teorie di chi voleva veder in lui un Cavour medievale, non manca tuttavia di incensarlo sottolineando che fondò scuole, dette legislazioni e chiamò alla sua corte eruditi di ogni estrazione culturale finendo per trasfigurarlo a sua volta in un antesignano Principe rinascimentale.
Quella dell’insigne storico inglese David Abulafia (3) del 1988, altrettanto prodiga di fonti e carte storiche relative al periodo, ha avuto il merito di contrastare efficacemente questa impostazione romanzesca e marezzata da toni di sapore agiografico, denunciando i limiti di un’ardita teoria precostituita e metastorica.
Egli, pur obbedendo al pregevole intento di ricollocare lo Stupor Mundi entro i limiti ben definiti di una maggiore contestualizzazione storica, eccede tuttavia nella misura opposta consegnandoci la figura di un regnante dalle caratteristiche troppo affini ai parametri degli altri monarchi coevi, disconoscendo palesemente l’indubbio merito di aver contrapposto di fatto per la prima volta uno Stato di diritto al potere della Chiesa.
Entrambe le correnti di pensiero storiografico, alle quali i contributi successivi si sono di volta in volta allineati senza marcare un percorso alternativo, hanno avuto nondimeno il merito di avviare un confronto sulla storia di un grande personaggio del passato, il cui profilo a distanza di sette secoli e mezzo non è ancora stato definitivamente delineato.
La biografia di Ornella Mariani (4) del 2001, pur collocandosi anch’essa nel solco tracciato dalla storiografia tedesca, divarica ulteriormente la forbice che divideva Impero e Papato, facendo di Federico II un implacabile avversario della Santa Sede. Il suo lavoro, benché utile e dettagliato, risulta viziato da un forte risentimento nei confronti della Chiesa del tempo, rea di aver ostacolato l’imponente progetto a lui attribuito di ricostituzione del Sacro Romano Impero. Da un lato abbiamo una politica chiusa e retriva, corrotta e lontana dalla gente; dall’altro religiosità intelligente e dignità, libertà e giustizia, pace sociale e benessere dei sudditi. Ma anche lei di questi sudditi e di questo popolo non dice nulla offrendoci un’antesignana figura di eroe romantico avulsa da ogni contesto sociale.
Alla luce di quanto sopra risulta evidente che occorra uscire dai limiti angusti di un confronto che tende a porre sotto il cono di luce dell’analisi storiografica unicamente la figura dell’Imperatore, così nella parossistica esaltazione come nella scettica sottovalutazione dei meriti, senza riporre alcuna attenzione alle reali condizioni sociali ed economiche che fecero da sfondo alla sua parabola esistenziale.
I testi fin qui prodotti hanno accompagnato pedissequamente lo Stupor Mundi attraverso le stanze dei suoi innumerevoli castelli, cogliendone perfino gli aspetti più reconditi della vita privata e raccontandoci con dovizia di particolari i suoi amori, la sua passione per la falconeria, l’interesse per la filosofia, la poesia e la cultura in generale. Ci hanno minuziosamente testimoniato le tappe del suo costante scontro concorrenziale con la Chiesa del XIII secolo, le sue peregrinazioni nei conventi cistercensi, i suoi lunghi viaggi nella terra degli avi e nelle province del suo impero, gli intrighi e le lotte intestine per la conservazione del potere.
Ma nessuno se l’è mai sentita di mettere il piede fuori dalla sua corte per andare a conoscere con altrettanta accuratezza le condizioni sociali in cui versavano le popolazioni a lui assoggettate e raccontarci gli effetti che produssero su di loro le sue tanto conclamate o vituperate virtù.
Jacques Le Goff, nel tracciare la corposa biografia di Luigi IX detto San Luigi (5) del 1996, coevo dell’Imperatore, pur non disdegnando di utilizzare un impianto di ampio respiro narrativo, ci ha insegnato che spiegare un uomo nella sua totalità significa spogliarla di ogni orpello e considerare un massimo di realtà storiche.
Ma gli storici più recenti, non hanno manifestato alcun interesse a dirigersi in quella direzione, rinunciando inspiegabilmente a delinearne il contesto storico e a far emergere gli aspetti più dolenti che contrassegnarono proprio nel periodo del suo governo la crisi più profonda dell’Impero.
La Fumagalli Beonio Brocchieri (6) del 2004 , insigne storica del pensiero, nel suo recente lavoro uscito da Laterza, pur cogliendo un aspetto solo parziale del problema ricostruisce magistralmente il nuovo fermento culturale che tra il XII ed il XIII secolo produsse una significativa innovazione nello stile di vita delle popolazioni. Ma il suo lavoro risulta fondamentale poiché finalmente si prende consapevolezza che ” La conoscenza della società è necessaria per guardare il costituirsi del personaggio individuale, che è d’altra parte anche un ottimo punto di osservazione”.
La storia riconquista la propria identità rivelandosi in definitiva un movimento di lunga durata, che si sviluppa con lentezza attraversando gli uomini, e riservando loro solamente uno spazio di libertà interstiziale. Per questo motivo la vita di Federico II ha continuato a ghermirci per tutti questi anni come un idioma dai caratteri indecifrabili attorno al quale si sono avvicendate inutilmente schiere di interpreti.
Il testo della Fumagalli Beonio Brocchieri, al di là dell’incisività dei contributi alla ricerca storica su cui ritengo ci sia ancora molto lavoro da svolgere, segna finalmente una linea di svolta fondamentale nel dibattito storiografico. Da questo momento in poi costruire una biografia, prescindendo da questa constatazione, apparirà ormai un’impresa priva di significato e di valore storico. E le gesta di Federico II assumeranno contorni più ragionevoli, meno oscuri e mistificati.
Note :
1) FEDERICO II IMPERATORE
Di Ernst H. Kantorowicz
Ed. Garzanti 2000
2) FEDERICO II DI SVEVIA
Di Eberhard Horst
Ed. Rizzoli 1994
3) FEDERICO II
Di David Abulafia
Ed. Einaudi 2006
4) FEDERICO II HOHENSTAUFEN
Di Ornella Mariani
Ed. Controcorrente 2001
5) SAN LUIGI
Di Jacques Le Goff
Ed. Einaudi 1999
6) FEDERICO II RAGIONE E FORTUNA
Di Mariateresa Fumagalli Beonio Brocchieri
Ed. Laterza 2006

A cinquant'anni dalla morte di don Clemente Rebora risplende la figura e l'opera di quest'uomo per l'attualità della sua poesia.Avevo adocchiato l’opera completa delle poesie di Clemente Rèbora già da un po’ di tempo in libreria, ma non avevo un buon motivo per spendere la pesante cifra (per me) per comprarlo. Ora finalmente la proposta di In purissimo azzurro di approfondire le poesie di Clemente Rèbora mi ha fornito un valido motivo nel compiere il passo verso l’aquisto.
Sono sempre stata attratta da Clemente Rèbora, da questa straordinaria figura di poeta del primo Novecento dalla lirica forte, decisa, urgente, appodato poi alla conversione ed alla vocazione religiosa. Una storia emblematica. La mia attrazione era rimasta sulla soglia della curiosità: qualche lettura sporadica dei suoi versi, la vaga conoscenza della sua vita.
L’occasione di avvicinarmi di più a questo autore mi ha permesso di conoscere meglio la sua opera e di rendermi conto che come uomo e poeta Rebora non ha nulla da invidiare ai più grandi poeti italiani del Novecento, da Ungaretti a Montale a tutti gli altri.
C’è sicuramente un diffuso pregiudizio anti-cattolico nel mondo cultural-intellettuale italiano che ha portato nel corso del tempo ad un progressivo accantonamento della poesia di Rèbora: la conversione al cattolicesimo, la scelta di farsi prete con la conseguente altra constatazione dell’ “abbandono” della scrittura fino ai Canti dell’Infermità (il suo congedo poetico da questa terra), sono tutti elementi difficili da capire per chi vada scrutando il poeta non comprendendo quale forza intrinseca rigenerante possa derivare dall’avvicinarsi a Dio e dall’ intraprendere una nuova vita. Solo in tempi vicini a noi critici illuminati quali Contini, Betocchi, Bandini, Bo hanno iniziato un lavoro fruttuoso di vaglio dello stile personalissimo dell’autore e di spiegazione del suo alto contenuto morale e religioso.
La mia impressione è che ci sia bisogno di ancora più coraggio in campo critico-letterario per far emergere i contenuti pienamente cristiani di Rèbora.
E’ strano, ma il paese la cui letteratura nasce come poesia religiosa (si pensi ai cantici di San Francesco) è il paese che oggi vorrebbe fare a meno delle sue radici cristiane. Come se la poesia religiosa non avesse pieno titolo e cittadinanza nella nostra cultura, nella nostra nazione, varcate le soglie di questo nuovo millennio, e si potesse urtare la sensibilità dei lettori “laici” presentando la grandezza assoluta di un poeta cristiano. Leggendo l’apparato critico che ho potuto consultare, sia dai testi che dai manuali di letteratura, mi sono fatta l’idea che lo stile di Rèbora sia stato perfettamente spiegato fin nei minimi dettagli: la costruzione del verso, l’uso anomalo dei verbi (intransitivi usati come transitivi, preferenza per i verbi che esprimono azione), l’espressonismo dei Frammenti lirici ed il simbolismo dei Canti anonimi, le sinestesie tutte particolari, un ventaglio di aggettivi di una freschezza ed immaginazioni assoluti, un procedere aspro e “petroso”, ecc.
Rimane invece ancora tanto lavoro per approfondire il il messaggio della sua opera, scavare nell’esperienza della sua vita, far emergere il contenuto cristiano che in filigrana è presente nella sua produzione poetica, magari anche là dove a prima vista non si vede. Ma per far questo è importante che critici cristiani se ne facciano carico. Perché solo un cristiano adulto nella fede sa riconoscere le metafore, le allegorie, i simbolismi e tutte le figure retoriche e gli artifici stilistici che usa un poeta cristiano.
Così alla luce dell’ “avventura cristiana” si comprende pienamente la parabola della vita di Rèbora: proviamo a partire dalla fine. I Canti dell’Infermità sono quanto di più alto, più lirico e più bello lui abbia scritto. Sono il compimento del suo cammino di fede e di carità alla ricerca di quell’amore per il prossimo e per l’universo intero in cui il giovane Rèbora voleva perdersi, confondersi, abissarsi. Ben si comprende allora come, dopo la conversione, non abbia più scritto per parecchi anni. Semplicemente è successo che ha trovato la sua via, o meglio, ha incontrato Qualcuno che l’ha riempito a tal punto che non è stato più necessario scrivere. Si scrive per comunicare, per colmare un vuoto ed un dolore, per assecondare all’urgenza del cuore. Ma quando quest’urgenza è assecondata nell’intimo, in ogni fibra del proprio essere, allora anche la scrittura può diventare un di più.
Infatti Rèbora ha intrapreso dopo l’ordinazione sacerdotale un percorso di “umiltà” e di “spoliazione” direi: i fogli che riguardano le sue attività dentro il Collegio Rosmini di Domodossola rivelano una scrittura semplice, lineare, quasi fanciullesca. Non c’è traccia del raffinato poeta ch’era stato un tempo, non c’è traccia dell’urgenza dei suoi sentimenti e delle descrizioni sofferte e tormentate della natura. Ora l’unica urgenza sembra essere rimasta quella della carità cristiana. Caritas Christi urget nos.
Riporto due poesie che mi stanno a cuore di Clemente Rèbora: Dall’imagine tesa e Pioppo severo.
La prima poesia è quella che chiude i Canti anonimi del 1922, che già contengono l’anelito al cambiamento, alla “vocazione”. L’incipit è emblematico in tal senso:
“Urge la scelta tremenda:
Dire sì, dire no
A qualcosa che so”.
(Da un frammento 1914)
E poi la stessa nota dell’autore: “Queste liriche appartegono ad una condizione/ di spirito che imprigionava nell’individuo quella/speranza la quale sta ormai liberandosi in una/ certezza di bontà operosa, verso un’azione/ di fede nel mondo. Esse ne sono testimonio e pegno/ di assoluzione”.
Dall’imagine tesa
Vigilo l’istante
Con imminenza di attesa –
E non aspetto nessuno:
Nell’ombra accesa
Spio il campanello
Che impercettibile spande
Un polline di suono –
E non aspetto nessuno:
Fra quattro mura
Stupefatte di spazio
Più che un deserto
Non aspetto nessuno:
ma deve venire,
Verrà se resisto,
A sbocciare non visto,
Verrà d’improvviso,
Quando meno l’avverto:
Verrà quasi perdono
Di quanto fa morire,
Verrà a farmi certo
del suo e mio tesoro,
Verrà come ristoro
Delle mie e sue pene,
Verrà, forse già viene
Il suo bisbiglio.
(1920)
Mancano otto anni alla conversione, a quel fatidico Novembre 1928, però già s’intravedono i segni della presenza di Dio.
L’imagine tesa fa pensare ad un crocifisso. Imagine è scritto volutamente senza una “m”, rimanda al latino imago: figura. E siccome siamo in una stanza, una figura tesa può essere benissimo il crocifisso.
“Non aspetto nessuno” si ripete tre volte, chiara numerazione biblica. Tutte le vocazioni hanno tre chiamate (Samuele, Pietro quando Gesù gli chiede “Mi ami tu?”, ecc.): quindi il poeta dice di non aspettare nessuno in particolare, ma di attendere lo stesso un evento che sta per compiersi. Di fatti usa il verbo “vigilo”. Sembra di sentire il Signore quando ci ammonisce: “Vigilate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora”.
E si “vigila” l’istante, il kairòs, il momento opportuno della svolta, quello in cui il Signore verrà e porterà con sé il premio alla nostra fedeltà, quel premio che per Rèbora poteva essere finalmente la “clemenza” (è sempre stato stupito del suo nome), la misericordia, la fede.
Le mura della stanza perciò diventano “stupefatte di spazio”, ecco il participio usato secondo l’abitudine di Rèbora di prediligere i verbi per generare il senso dell’azione; quella stanza – dice il poeta – contiene più spazio lei che il deserto intero. Per questo il poeta è stupefatto. Il deserto è il luogo privilegiato dell’incontro di Dio. Non si dà conversione senza deserto.
Il deserto è anche il luogo della manifestazione, dell’epifania: Mosè nel roveto ardente, sul Sinai, Gesù nel deserto, ecc; è per questo che il poeta è certo: “deve venire” Qualcuno, “Verrà se resisto”, come Giacobbe che lotta con l’angelo e gli resiste, sa che deve lottare contro di lui. E’ un genere di attesa che reca in sé un combattimento, uno “stare per compiersi”.
Il venire è caratterizzato da doni precisi: sarà perdono, tesoro, ristoro. Sembra di leggere tra le righe che questo Qualcuno porterà fede (con la fede si domanda il perdono dei peccati), speranza (“Verrà a farmi certo”), carità ( “ristoro/delle mie e sue pene”).
Come si può notare queste osservazioni sono del tutto personali, frutto della mia adesione sincera alla fede cristiana. Però illuminano il testo e gli forniscono spessore, calore, traspare la lotta di Rèbora per aderire al cristianesimo come Giacobbe in lotta con l’angelo. Ed è solo una parafrasi “cristiana” che può mettere in luce questi aspetti.
A chi contestasse che tutte queste annotazioni sono mie, e che Rèbora non intendesse esprimere tutte queste cose, io obbietto presentando la vita intera di Rèbora. Una vita che si è schiusa alla fede, alla Chiesa, e che sicuramente conteneva già in sé i semi della vocazione. E’ lecito supporre (certo qui la mia competenza si ferma) che Rèbora avesse letto la Bibbia e la conoscesse. D’altronde al momento della fatidica conferenza in quel Novembre 1928 (quella che i critici prendono come punto di riferimento della “conversione”) Rèbora doveva commentare Gli atti dei martiri scillitani per una serie di conferenze sulle religioni. E quella sera toccava al cattolicesimo.
Invece “Il pioppo” fa parte dei Canti dell’Infermità.
il pioppo severo:
spasima l’anima in tutte le sue doglie
nell’ansia del pensiero:
dal tronco in rami per fronde si esprime
tutte al ciel tese con racconte cime:
fermo rimane il tronco del mistero,
e il tronco s’inabissa ov’è più vero”.
L’anima che spasima nelle sue doglie rimanda alla Lettera di San Paolo ai Romani, là dove dice che la creazione geme e soffre le doglie del parto in attesa della redenzione. Tra l’altro la costruzione dei versi richiama anche visibilmente il ritmo del dolore del parto: contrazione lunga (verso lungo, con rima: foglie/doglie) – contrazione corta (verso corto, con rima: severo/pensiero).
Come si vede sono riferimenti che indicano la profonda lettura cristiana che è si può e si deve fare di Rèbora.
Spero che queste mie annotazioni possano servire a diffondere l’opera del poeta, ad aumentare la voglia di leggere le sue poesie.
Elisabetta Modena
La Divina Commedia diventa un'opera musicale ad opera del talento di mons. Marco Frisina, Maestro Direttore della Cappella Musicale Lateranense e autore delle colonne sonore di oltre trenta film-tv trasmessi da Rai e Mediaset.Diretto da Elisabetta Marchetti e Daniele Falleri, lo spettacolo vanta la partecipazione di un maestro del cinema internazionale: il tre volte premio Oscar Carlo Rambaldi, creatore degli effetti speciali di E.T. l'Extraterrestre e di King Kong, ha concepito per l'occasione le figure fantastiche che animano l'opera tra cui il Grifone, le maschere delle Tre Furie (Aletto, Tesifone e Megera) realizzate da Sergio Stivaletti e la figura di Lucifero, inquietante presenza resa in forma di proiezione.
Interamente italiano anche il ricco cast, con Vittorio Matteucci - il Frollo di "Notre Dame de Paris" - nei panni di Dante, Lalo Cibelli nel ruolo di Virgilio e Stefania Fratepietro in quello di Beatrice e altri 21 cantanti-attori, 24 ballerini, 10 acrobati e 20 comparse che si muoveranno sul gigantesco palcoscenico sulle coreografie di Anna Cuocolo e Francesca Romana Di Maio, e le musiche incise dall'orchestra "Roma Sinfonietta" e da un coro di oltre 40 giovani talenti.
L'opera persegue anche finalità sociali: una parte del ricavato andrà infatti a finanziare iniziative no profit legate al territorio in ogni città che ospiterà le rappresentazioni, mentre agevolazioni e riduzioni sono previste per famiglie, anziani, studenti e disabili, allo scopo di contribuire al sostegno e alla diffusione della cultura italiana nel mondo.
Un bell'articolo sulla "prima" mondiale lo trovate qui:
http://www.cinemavvenire.it/articoli.asp?IDartic=6599.
Qui c'è l'intervista a Beatrice-Stefania Fratepietro:
http://dietrolequinte.blogosfere.it/2007/11
Altri links utili:
http://www.diocesifrosinone.com/Ultime/La-Divina-Commedia-Opera-musical
http://www.repubblica.it/2007/01
http://www.korazym.org/news1.asp?Id=20848
http://www.novars.info/home.php
Elisabetta M.


Gianfranco Franchi è un intellettuale di trent'anni alle prese con una società insensibile ai profondi valori della cultura. Egli ne denuncia l'imbarbarimento derivante dalla condizione di precariato, che vessa in modo particolare i giovani della sua generazione, privandoli di progettualità e consegnandoli ad una visione puramente edonistica e frugale della vita.
Certo il suo tentativo di ricercare le proprie radici nel Pagus non costituisce di fatto una chiusura nei confronti della religione cristiana. Il suo appello è rivolto a tutti gli uomini di cultura affinchè si facciano carico di riavviare il motore spento della vita spirituale di milioni di persone. Franchi non è una persona interessata ai dubbi, in quanto portatori sani del virus nichilista; ma cerca ardentemente certezze che possano rischiare il cammino e fare giustizia di un pensiero dominante che vuole ad ogni costo privarci della nostra anima.
Dinanzi ad una regressione socioculturale sempre più diffusa, Franchi si confessa, in questo antiromanzo, ammorbato da una forma di pessimismo antropologico e ritiene che occorra lottare per far emergere un nuovo centro culturale. Lo stato di precarietà in cui versa la generazione nata dalla crema dei sessantottini spalanca dinanzi a sé uno scenario privo di progettualità, in cui il quotidiano diviene scialo e si realizza nella ritualità delle convenzioni e nell’omologazione dei comportamenti.
La civiltà è ormai preda di ritmi disumani, che ci sottraggono giorno dopo giorno forza, idee e sapere, mentre il privilegio del denaro unito allo snaturamento del senso comune producono una costante inquietudine nelle nostre coscienze.
Partendo dunque dall’amara constatazione di vivere in una società di bassa cultura e popolata di selvaggi abitanti di un modo irrimediabilmente votato al decadimento, l’autore decide di partire per un viaggio che spera possa condurlo a riappropriarsi del tempo dell’humanitas.
E non sembri, l’utilizzo di questo termine, il vacuo ricorso ad una dotta citazione, o peggio un eccessivo atto di fiducia nei suoi propositi.
No, Franchi non appartiene a quella categoria di persone che pensa di aver trovato nel passato l’utopia per criticare il presente; ma piuttosto a quella di un sapiente umanista, affetto da una sorta di religiosità letteraria, da un religioso amore per il patrimonio storico, letterario della propria nazione.
Il suo atteggiamento lo assimila in maniera del tutto inequivocabile alla figura di quegli antichi umanisti, i quali non badarono unicamente a riproporre i valori di un mondo passato, ma inventarono addirittura l’antichità, creando una nuova mitologia fondativa della cultura europea.
A tal proposito egli sgombra subito il campo da ogni possibile equivoco, chiarendo fin dalle prime pagine che le origini della cultura europea non vanno cercate nella precaria tradizione giudeo-cristiana, come molti sono portati a credere, ma in quella illuminante, raffinata e radiosa dell’universo pagano.
Franchi rifugge dal sentimentalismo buonista e combatte da par suo la montante deriva civile convinto solo che l’etica affondi le radici nelle leggi non scritte degli dèi, quelle che in ogni caso non possono essere mai violate.
La via maestra è quella della messa in valore della cultura; una via che porta, attraverso la riflessione e la dotta consapevolezza, inevitabilmente tra i silenzi inquietanti della solitudine.
E’ questa la ragione per cui non potremo parlare in questo caso di una fuga dal mondo nel compiacimento della propria personale erudizione, ma del ricorso ad uno strumento necessario di rieducazione al senso del bello e della virtù.
I libri costituiscono per lui una frequentazione ineludibile, una fame di quella menzogna letteraria e spirituale che non può non chiamare infinito, la necessità impellente di contrastare l'invasività di un mondo che produce la fine di ogni sacralità.
Egli scrive in preda all’emergenza espressiva di una tensione liberatoria, consegnandoci un testo che non costituisce una maniera distaccata di osservare il mondo, né il tentativo di trascenderlo; ma che è la vibrante presa di posizione di un intellettuale, cui non fanno difetto il coraggio, la sincerità e la crudezza verbale. Ovunque impazza il sarcasmo disincantato di uno scrittore caustico, ribelle ed insolente, che dispensa in maniera equanime i propri strali all’imprenditore brianzolo filoyankee e all’imbolsito professore universitario, dal sorriso bonario.
Chiunque intenda ancora opporsi alla banale adorazione del presente come il migliore dei mondi possibili, troverà in Pagano le tracce inconfondibili di una letteratura di vibrante testimonianza civile.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Gianfranco Franchi (Trieste, 1978), narratore, poeta e critico letterario romano e mitteleuropeo.
Gianfranco Franchi, “Pagano”, Il Foglio Letterario, Piombino 2007.
Prefazione di Gordiano Lupi. Postfazioni di Francesca Mazzucato e Patrick Karlsen.

Il 27 giugno scorso si è spenta la voce di Bruno Tolentino, il più illustre e prolifico poeta brasiliano contemporaneo, per diversi anni direttore della prestigiosa rivista Bravo, attorno alla quale era riuscito a raccogliere i più significativi fermenti del mondo intellettuale di quella immensa e feconda nazione.
Amico personale di Giuseppe Ungaretti, presso il quale soggiornò durante un breve periodo durante gli anni di esilio in Europa seguiti al colpo di stato del
Bruno Tolentino deve la sua fama al conseguimento nel 1995 e nel 2006 del premio Jabuti, il più importante riconoscimento letterario del suo paese , a vent'anni di onorato insegnamento ad Oxford ma anche a due anni di soggiorno in carcere sotto le pesanti accuse di spaccio e contrabbando. Ma in Italia, ove tornava periodicamente essendovi strettamente legato dalle antiche radici famigliari e da un sentimento di profondo affetto, negli ultimi anni era noto soprattutto per lo stretto sodalizio con Don Giussani e l'ambiente culturale cattolico a seguito della sua radicale conversione religiosa.
Tra le sue opere più prestigiose ricordiamo "O mundo como Idéia ", in cui il poeta manifesta il bisogno di varcare le anguste sembianze della prefigurazione concettuale, che privano l'uomo della necessità di infinitarsi nel ampio respiro della totalità dell'essere.
L'arte ebbe a dire una volta è una menzogna che dice la verità ma il varco di montaliana memoria attraverso cui raggiungerla e che lo ha condotto dapprima nei bassifondi di Varsavia, quindi sul teatro di guerra libanese ed infine nelle segrete delle carceri si è materializzato infine nell'incanto dolente di una notte stellata sotto le sembianze inattese di una conversione alla fede cattolica. E pur consegnando alla storia la parabola esistenziale di un poeta che ha lambito tutte le correnti culturali del Novecento, pur resistendo stoicamente al richiamo del senso di appartenenza, si congeda da questo mondo nella convinzione che il poeta sia un uomo inutile e che il problema non stia nella ricerca di una rettitudine morale ma nella possibilità di una piena realizzazione dell'essere attraverso il calvario di un'estenuante ricerca anche tra gli anfratti più oscuri.
O MUNDO COMO IDÉIA
O mundo como idéia (ou pensamento).
Entre a gnose e o real (talvez) o acordo.
Mas no ramo (imperene) cantão tordo
(provisório) e invisível vem o vento
e leva o canto e deixa um desalento,
a queixa dos sentidos... Não recordo
se sonhei tudo isso ou não: um tordo
e a noite em meus ouvidos um momento,
outro rapto no vento... Mas supor
que o triunfo moral do cognitivo
restitua-me o ser menos a dor,
é resignar-me a um perfume tão rápido
que não existe quase, insubstantivo
como a Idéia... Não: o mundo como rapto!
Bruno Tolentino
IL MONDO COME IDEA
Il mondo come idea (o pensiero)
Tra la gnosi e la realtà (forse) l'accordo.
Ma nel ramoscello (imminente) canta il tordo
(inatteso) e invisibile sopraggiunge il vento
portandosi via il canto e lasciando una malinconia,
a lagnarsi dei sensi.... Non ricordo
se ho sognato tutto questo oppure no: un tordo
e la notte nei miei orecchi un istante,
un'altro raptus nel vento...Ma supporre
che il trionfo morale della consapevolezza
possa ridarmi meno dolore,
è abbandonarmi rapito ad un profumo
che quasi non esiste, infondato
come l'idea....Non il mondo come raptus !
(Traduz. di Suerda Maria Alves)

E’ difficile parlare di Guerra e Pace. E’ un romanzo che è più cose insieme: romanzo storico, romanzo di formazione, romanzo psicologico, romanzo epico, romanzo d’amore, romanzo cristiano.
“Quando si accinge a scrivere Guerra e Pace nel 1865 il Principe Lev Nikolaevic Tolstoj… da un lato si rivolge ad Omero addirittura, dall'altro smonta le mitologie patriottiche e l'idea della storia come qualcosa di governabile dalla ragione o dal grande individuo. È difficile dire se Tolstoj abbia creato i suoi personaggi come illustrazione di un sentimento della vita o se quel sentimento germogli dall'essenza dei personaggi. Così come la storia è l'intreccio di individuale e collettivo, di libertà e di necessità, così in Guerra e pace la visione della storia vive nelle vite degli individui. La guerra è la situazione in cui il carattere paradossale dell'esistenza umana si manifesta pienamente. La storia vi manifesta la sua cieca violenza, ma l'individuo vi può manifestare forse la tragica vicinanza alla propria nuda essenza. Per questo in tempi di guerra e in tempi di pace l'opera di Tolstoj è molto più di un romanzo. Una sinfonia di voci, che cercano di rintracciare senso e verità nel caos della storia”.
Cominciamo dalla contrapposizione del titolo: pace in russo significa anche vita, per cui è sia la contrapposizione tra la guerra e la pace, sia tra la morte e la vita.
Una concezione però che non è né manichea, né ideologica né conservatrice (come vorrebbe far credere il Mengaldo – qui mi dissocio dalla sua interpretazione – che afferma che Tolstoj non crede nell’idea del progresso in quanto difensore del conservatorismo della nobiltà); è semplicemente la concezione cristiana della storia, quella secondo cui la storia umana è scritta con due registi: il registro della Divina Provvidenza che s’intreccia in modo mirabile ed imperscrutabile con quello della libertà umana. Per cui anche la vita più infima e miserabile ha valore nella storia della salvezza, e può apportare modifiche alla Grande Storia.
Da ciò si capisce come il personaggio principale (ancora prima di Pierre, di Natascia, di Andrej) sia la grande madre Russia, il cui spirito del popolo si impersonifica per ragioni di narratività in alcuni personaggi singolari che rimandano al popolo russo ed alla sua saggezza inesauribile: due in special modo, il popolano Platon Karatajev ed il generale Kutusov.
Cito sempre dal Mengaldo: “Per Tolstoj l’epoca napoleonica rappresenta un momento importante per la Russia, perché scopre la propria identità. L’invasione condotta da Napoleone si scontra con la resistenza del Generale Kutusov che è una resistenza passiva tipicamente russa. Passiva perché il Generale è convinto che l'individuo non possa modificare la storia, tanto meno con la violenza. Egli crede che il processo storico è decretato dal popolo pacifico e non dalla guerra. È qui che la Russia acquista veramente la propria identità, che è un'identità soprattutto popolare”.
Per il riassunto rimando al sito della Wikipedia (http://it.wikipedia.org/wiki/Guerra_e_pace), quello che mi interessa qui scrivere è il significato profondamente cristiano dell’opera di Tolstoj.
E per farlo bisogna partire dalla fine. Toltoj dissemina per tutti i quattro volumi del romanzo annotazioni sulla storia e sul suo significato, annotazioni considerate sia a partire dai singoli fatti o dai singoli personaggi storici, sia a partire da più ampi spunti a proposito del disegno generale della storia. Sta qui il cuore di questo romanzo.
“Come il sole e come ogni atomo dell’etere è una sfera perfetta in sé stessa, e in pari tempo è soltanto un atomo di un tutto, per la sua immensità incomprensibile all’uomo, così ogni individuo porta in sé stesso le proprie finalità e le porta per servire a finalità generali inaccessibili alla mente umana… Quanto più in alto si eleva la mente umana nella scoperta di questi scopi, tanto più le appare evidente la sua incapacità di attingere lo scopo finale… Questo vale anche per gli scopi dei personaggi storici e dei popoli”.[1]
Quando Tolstoj esamina le azioni di Napoleone e dello zar Alessandro I (e di Kutusov), ammette che le scelte militari che essi compirono si basarono su una serie infinita di micro-con-cause, non dipesero cioè se non in minima parte da essi stessi:
“Le azioni di Napoleone e di Alessandro, da una parte dei quali dipendeva, in apparenza, che la guerra accadesse o no, erano così poco libere come l’atto di un qualunque soldato che andava alla guerra perché aveva estratto un numero a sorte o perché era stato reclutato.Nè poteva essere altrimenti: perché la volontà di Napoleone e di Alessandro (di quegli uomini dai quali l’evento pareva dipendere) fosse attuata, era necessaria la concomitanza di molteplici circostanze, senza una delle quali l’evento non avrebbe potuto accadere.
… Ogni uomo vive per sé, si vale della libertà per il conseguimento dei suoi fini personali e sente con tutto il suo essere che può immediatamente compiere o non compiere una data azione; ma non appena egli la compie, questa azione, compiuta in un dato istante nel tempo, diventa irrevocabile e diviene proprietà della storia, nella quale ha un significato non libero ma predeterminato…
Il cuore dei re è nelle mani di Dio”.[2]
“La vittoria non ha mai dipeso e non dipenderà mai né dalla posizione, né dagli armamenti, e nemmeno dal numero… ma… da quel sentimento che è in me, in lui… in ogni soldato… in una battaglia vince colui che ha deciso fermamente di vincere”.[3]
Così la storia è sempre una nuova creazione che sorprende (stupendo l’esempio dei russi che dopo l’assedio di mosca ricostruiscono subito la città, laboriosi come tante formiche all’opera[4]); ad esempio i due matrimoni che ci saremmo aspettati lungo tutta la lettura di tre volumi su quattro, proprio giunti all’ultimo ci si rende conto che non avverrano, per fare posto ad un altro ordine di eventi, ben più giusti: Natascia non sposerà il principe Andrej ma il conte Pierre, e Nikolai non sposerà la cugina Sonja ma la principessa Maria. Un rovesciamento di quanto il lettore si sarebbe aspettato. Perché?
Perché i sentimenti dell’anima umana non sono perfetti, ma densi di dubbi, paure, insudiciati anche dal peccato e nello stesso tempo abitati dalla grazia. Ed è per la combinazione (ad un tempo libera e predestinata) di tutti questi fattori che i fatti che apparentemente seguirebbero un decorso preciso, ad un tratto cambiano: Natascia non crede fino in fondo che il principe Andrej la ami, si sente inferiore rispetto ad un uomo simile, per cui cade facile preda tra le braccia di Anatolio. Parimenti Andrej non riesce a perdonarla (“Ricordo” rispose in fretta il principe Andrej “io dicevo che bisogna perdonare alla donna caduta; ma non ho detto che potessi perdonare. Io non posso”[5]). L’amore per Natascia si trasforma in odio per Anatolio: da allora in avanti Andrej non ha altro desiderio che vendicare l’offesa ricevuta uccidendo il rivale.
Anche quando si rincontreranno, e si riappacificheranno, lo stesso Toltoj con finezza estrema annota che Natascia non riesce ad accettare fino in fondo la malattia di Andrej (e la conseguente morte inesorabile), mentre Andrej si sente già staccato da lei perché per la prima volta nella sua vita capisce che la vita è preparazione alla morte. Così i due, pur vicini, in realtà si allontanano.
Pure Nikolai capirà che l’amore per Sonja non è paragonabile al vero sentimento che prova per la principessina Maria, sorella di Andrej. D’altronde Sonja col suo comportamento sempre “a capo chino”, remissivo, si lascia “scappare” Nikolaj: Natascia-Tolstoj parla di lei con le parole del Vangelo: “A chi ha, sarà dato di più, ma a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha…. È un fiore sterile…come una gatta, si era abituata non alle persone, ma alla casa”.[6]
Il messaggio centrale così appare sempre più marcato dalla figura di Pierre, e dal suo incontro con Platonev.
L’amore universale perché siamo tutti fratelli, figli dello stesso Padre celeste, di Dio. Questa è l’unica cosa che conta.
Tutti i personaggi di Guerra e Pace sono toccati dalla grazia del perdono: Andrej perdona Anatolio riconoscendolo nel ferito che sta accanto a lui, sul tavolaccio dell’infermeria dopo la battaglia di Borodinò. I suoi pensieri guardando l’antico rivale si fanno colmi pieni di misericodia:
“La compassione, l’amore per i fratelli, per coloro che amano; l’amore per coloro che ci odiano, l’amore per i nemici; sì, quell’amore che Dio ha predicato sulla terra, che la principessina Maria mi insegnava e che io non capivo, - ecco perché rimpiangevo la vita”.[7]
Ma c’è anche la “conversione” del vecchio padre di Andrej e di Maria che chiede perdono alla figlia per le angherie che lui l’ha costretta a sopportare, a motivo del suo bruttissismo carattere. E la conversione di Pierre, che sembra quasi profetizzare la conversione al cristianesimo che avrà più tardi lo stesso Tolstoj. Una prima rivelazione della luce e della semplicità che è Dio Pierre ce l’ha dopo la battaglia di Borodinò a cui lui ha assistito da lontano:
“La guerra è la più ardua sottomissione della libertà dell’uomo alle leggi di Dio… la semplicità è obbedienza a Dio; a lui non puoi sottrarti… L’uomo non può aver possesso di nulla finchè ha paura della morte. Ma a colui che non la teme, appartiene tutto. Se non esistesse il dolore, l’uomo non conoscerebbe i propri limiti, non conoscerebbe sé stesso. La cosa più difficile (continuava a pensare Pierre) consiste nel saper unire nella propria anima il significato di tutto… No, non unire, non si possono unire i pensieri, ma collegare insieme tutti questi pensieri, ecco che cosa occorre!”[8].
Fino alla chierezza estrema del senso della vita quando, dopo aver conosciuto il compagno soldato Platon, torna a mosca: Pierre “Non poteva avere uno scopo, perché ora aveva una fede – non una fede in certe regole, o parole, o pensieri, ma in un Dio vivente, percettibile. Prima lo cercava negli scopi che si proponeva. Questa ricerca d’uno scopo non era che la sua ricerca di Dio. E tutto ad un tratto, nella sua prigionia, aveva conosciuto, non con le parole e non con i ragionamenti, ma con un sentimento immediato, ciò che una volta gli diceva la sua bambinaia: che Dio – eccolo – era là, vicino, era dappertutto… Ora a quella domanda: perché? – nella sua anima era sempre pronta una semplice risposta: perché esiste Dio, quel Dio, senza la volontà del quale non cade un capello dalla testa dell’uomo”.[9]
Altro capolavoro è la frase che Tolstoj mette in bocca al narratore onniscente (lui stesso) per spiegare la rinascita spirituale di Natascia a seguito della morte di Andrej e poi di suo fratello minore, Petia.
“La morte di Petia… quel medesimo dolore che aveva quasi ucciso la contessa (la madre) ricondusse Natascia verso la vita. La ferita morale prodotta dalla lacerazione del corpo spirituale, esattamente come una ferita fisica, per quanto possa sembrare strano, quando si è chiusa e come rimarginata, guarisce solo dall’interno per la forza rigeneratrice della vita. Così rimarginò la ferita di Natascia”.[10]
Tutti i personaggi forniscono un profilo psicologico del comportamento umano di quel tempo, ponendo al lettore dei quesiti ai quali spesso è difficile rispondere. Checov diceva: la letteratura deve porre domande, mai rispondere. E aveva ragione. Domande che possono cambiare il punto di vista del lettore costringendolo a riflessioni sul senso della vita e della storia.
Elisabetta M.
[1] Guerra e pace, Oscar Mondadori, 1991, pag. 1503-1504 (vol. IV).
[2] Ibid., pag. 801-802 (vol. III).
[3] Ibid, pag. 1024 (vol. III).
[4] “Come, guardando le formiche sparpagliate intorno ad un formicaio devastato…si vede dalla tenacia, dall’energia… che tutto è distrutto, tutto, fuorchè qualcosa d’indistruttibile, di immateriale che costituisce la forza del formicaio, così anche Mosca nell’ottobre, benchè non esistessero nè autorità, nè chiese, nè reliquie, nè ricchezze, nè case, era quella stessa Mosca ch’era stata in Agosto. Tutto era distrutto, tranne qualcosa di immateriale, ma di potente e di indistruttibile”. Ibid., pag. 1469 (vol. IV).
[5] Ibid., pag. 792 (vol. II).
[6] Ibid., pag. 1518 (vol. IV).
[7] Ibid., pag. 1080 (vol. III).
[8] Ibid., pag. 1119 (vol. III).
[9] Ibid., pag. 1462-1463 (vol. IV).
[10] Ibid., pag. 1430 (vol. IV).

Esposto ad Ancona un raro reperto scultoreo del I sec. d.C. in cui attraverso il rigore formale l´artista ci consegna l´immagine di Cesare Augusto Ottaviano ornata da un lembo della veste di Pontifex Maximus.
Nell´attesa che le sale del Museo Archeologico Nazionale delle Marche, ancora danneggiate dal terremoto del 1972, possano esporla in modo permanente, la scultura dell´Augusto capite velato sarà ospitata fino al 31.05.2008 presso il Museo Tattile Statale Omero di Ancona. Collocata all´interno della sala romana, in questo ambiente unico in Italia per la possibilità che offre non solo di essere vista dal pubblico normale ma anche fruita attraverso il contatto tattile dai non vedenti, ritrova meritata accoglienza e opportuna rivalutazione. Repertata nel 1863 nei pressi di Palazzo Ferretti e nelle immediate adiacenze dell´antico anfiteatro romano, la scultura ritrae, nel livido candore del marmo, il volto di Cesare Augusto Ottaviano (
Il suo volto, incorniciato da un lembo dell´abito sacerdotale, attraverso fattezze somatiche di rara purezza formale ed un´espressione di serena lucentezza, coglie con rara maestria quell´atteggiamento di pia devozione verso gli dèi con cui si rivolgeva loro affidandovi il destino imperiale di Roma.
Un leggero incavo delle guance ed alcuni accenni di rughe che solcano la superficie morbida e ben modellata ci consegnano l´aspetto di un uomo maturo avvolto in aura di arcana pensosità.
Augusto capite velato
Mole Tattile Statale Omero
Via Tiziano, 50 60121 Ancona
Tel. 0712811935 Fax 071 2818358
Da martedì a sabato: 9.00 / 13.00 - 15.00 / 19.00
Domenica: 16.00 / 19.30 - 13.00 / 17.00 - 20.00
Chiuso 25 e 31 dicembre, 1 maggio.
In occasione della mostra sono previsti specifici laboratori.
Costo laboratorio Eur. 2.40 ad alunno
Costo visita guidata Eur. 1.20 ad alunno
Disabili ed accompagnatori gratuito.
Sito http://www.museoomero.it
E-mail : info@museoomero.it
Ufficio stampa Gabriella Papini "Economia&Cultura info tel. 071200648 - 2079603
Gian Paolo G.

Nonostante le proibitive condizioni climatiche lo sconsigliassero, mercoledì scorso al termine di un’affaticante giornata di lavoro, sono tornato a percorrere la strada che la scorsa estate mi aveva più volte portato a Macerata in occasione della stagione lirica dello Sferisterio, per assistere al Teatro Lauro Rossi per la prima volta in vita mia al Jacob Lenz del compositore tedesco Wolfgang Rihm.
Si tratta di un’opera da camera su libretto di Michael Frohling, prodotta da Georg Buchner nell’ambito del progetto “Palcoscenico Marche – le parole della musica” che è stato concepito dal Polo Lirico-Sinfonico M3 con il contributo tra gli altri del Ministro per i Beni e le Attività Culturali allo scopo di offrire maggiore visibilità alle vocazioni culturali e musicali delle Marche.
L’opera costituita da un unico atto articolato in dodici quadri ed un epilogo, fu rappresentata per la prima volta allo Staatsoper di Amburgo nel 1979. Narra la vicenda del grande poeta tedesco Jakob Lenz, antesignano di quel primo romanticismo marezzato da una profonda inquietudine spirituale, nel momento in cui, giunto preda della disillusione nei confronti della natura umana e travagliato dal morbo accecante della passione amorosa, decide di mettersi in cammino alla ricerca del proprio io. Dal confronto con l’arte predicatoria del parroco Oberlin e con il pensiero pragmatico del filantropo Kaufmann, emergerà l’inconciliabilità dei propri sentimenti con i limiti imposti dal tempo e dalla ragione, facendolo piombare negli abissi più profondi ed irreversibili del delirio. Nella parabola esistenziale di questo poeta Rihm adombra il destino di tutti coloro che nella ricerca di un inadeguato e radicale concetto di assoluto perdono di vista il fondamentale rapporto con il mondo che li circonda precipitando nell’irrazionale che è sempre sinonimo di follia.
Rispetto alla partitura originale questo allestimento curato da Henning Brockhaus si contraddistingue per l’inserimento all’interno dei tredici quadri brevi del parlato, che al di là dello scopo didattico finisce per appesantirlo inutilmente, privando il linguaggio musicale di quella suggestione evocativa e poetica cui tanto ambiva Rihm.
Lo spettacolo risulta tuttavia coinvolgente anche visivamente grazie alla scenografia che ben ricostruisce l’atmosfera livida ed inquietante di un incubo che avvolge i protagonisti in una comune e delirante schizofrenia.
Tra gli interpreti occorre magnificare la prova di Thomas Mowes che ha vestito i panni di Jacob Lenz rivelando di possedere una notevole capacità interpretativa unitamente ad una voce baritonale dal timbro sicuro e superbo.
L’orchestra filarmonica marchigiana, qui composta da soli undici strumentisti in ossequio agli intenti del compositore che non prevedeva l’impiego di violini e flauti, è stata diretta con mano sapiente da Giuseppe Ratti, evocando molto spesso citazioni bachiane. L’ensemble delle sei voci corali e delle due voci bianche, che fungono da doppio della personalità del protagonista, si sono cimentate con lodevole capacità nelle diverse forme del linguaggio polifonico previste come il mottetto e il madrigale.
Gian Paolo G.

Martedì 30 ottobre, gli organizzatori della stagione concertistica di Ancona hanno realizzato un’impresa di assoluto rilievo, portando sulla scena del Teatro delle Muse Radu Lupu, uno tra i più prestigiosi pianisti internazionali. Nato nel 1945 in Romania, insignito nel corso della sua lunga e gloriosa carriera di ambiti riconoscimenti tra cui il Van Cliburn nel 1966, L’Enescu Inernational nel 1967, il Concorso di Leeds nel 1969, il Premio Abbiati nel 1989 e nel 2006 e il Premio Arturo Bendetti Michelangeli sempre nel 2006, egli alterna al ruolo di solista un’intesa attività concertistica in collaborazione con le principali orchestre di tutto il mondo.
Lupu non è mai stato connivente con il circo mediatico e non se n’è mai lasciato coinvolgere, rilasciando rare interviste ed offrendo di sé l’immagine di un uomo solitario, schivo e sfuggente. Il suo volto conserva fin dai primi momenti una calma impenetrabilità, destinata a frustrare il desiderio di poterlo facilmente decifrare. Escludendo il nostro sguardo curioso dal suo io interiore, sembra voglia difendere il mistero della propria musica che pure ci concede benevolmente, rivelandosi un interprete dal ciglio augusto benchè capace di inaspettate tenerezze. Dietro l’spetto ieratico ed austero di un barbuto filosofo dell’antica Grecia, si cela infatti quella fragilità mortale tipica dei semidei, che li rende amabili al pubblico quanto e forse più dei loro stessi successi.
Il suo indiscutibile virtuosismo pianistico vola tra le alte cime della solennità, trascende la soglia entro la quale l’orecchio umano coglie la musica e ci avvolge in un’atmosfera ammaliante dal primo respiro fino all’ultimo.
Il volo spicca subito sul tonico incipit dell’Allegro Vivace – primo movimento della Sonata n. 17 in Re maggiore D 850 di Franz Schubert – che dopo essersi cautamente disteso su lontane tonalità melodiche si chiude con passo brillante e vigoroso. Il seguente movimento Con moto ci trasferisce tra la quiete contemplativa della natura che, benché marezzato di guizzi possenti e progressivi, disegna un quadro armonico di una bellezza incantevole. Qui il pianismo di Lupu raggiunge a mio avviso il più alto livello di splendore sonoro dell’intero concerto. La Sonata, dopo aver ripreso il tono iniziale nello Scherzo (Allegro e vivace) si chiude sulla grazia svagata e disinvolta del Rondò.
Nella seconda parte assistiamo alla melodia né triste né allegra dei Preludi I Libro di Claude Debussy, che recano il sapore ineffabile della suggestione fantastica. Il pianista esegue la composizione con studiata lentezza, in fedele ossequio alla volontà del compositore e al climax d’indefinita ambiguità in cui si viene proiettati. Come un refolo dal soffio veloce ma leggerissimo che accarezza la superficie oleosa del mare, le dita scorrono delicatamente sulla tastiera, trasfigurando in musica il verso di Charles Baudelaire les sons et les parfums tournent dans l’air du soir che nomina il quarto preludio. Un accenno di nostalgia dai contorni delicati e banali della cantilena ci introduce quindi tra i silenzi ovattati di un paesaggio invernale algido e dolente, che riportano alla mente la Louveciennes impressionista di Alfred Sisley. Nemmeno il tempo di goderne il lieve candore che il ratto soprassalto tonale della romba agita i flutti di nuove tensioni armoniche, creando con andamento irregolare una disgregante sensazione di straniamento e di squilibrio dinanzi alle guglie inghiottite e poi riaffiorate della cattedrale d’Ys. Il concerto culminerà infine a sorpresa nell’ultimo preludio con un nuovo prevaricante ritorno del ritmo brillante e beffardo.
Si è trattato di una prova intensa e convincente con cui Lupu non ha tradito l’aspettativa di quanti hanno inteso avvalersi del raro privilegio di assistere al recital di un’icona assoluta del pianismo internazionale. Il suo talento si è rivelato sapientemente incisivo consentendo alla musica di gonfiarsi sotto il suo tocco imperioso e di tornare a distendersi maestosa nel suo alveo lirico ed intimistico, lasciandosi alle spalle un paesaggio stravolto dai primordi di un antesignano linguaggio grottesco, che si affermerà stabilmente nel periodo tra le due guerre mondiali.

A seguito dei numerosi interventi apparsi sulla nostra rivista circa la natura della poesia desidero condividere con voi le suggestioni e la gioia provate in occasione di un mio recente incontro in provincia di Ancona con Franco Loi, che viene considerato uno tra i più importanti poeti italiani viventi.
Il poeta si è recato il 27 marzo scorso a Falconara Marittima (AN) ove io risiedo, ed ha tenuto una conferenza sul tema del rapporto tra la figura del poeta e Dio, nell'ambito della manifestazione "Il Dio Nascosto" promossa dal Centro Francescano delle Marche e da un'associazione di poesia vernacolare marchigiana organizzatrice del Festival dialettale di Varano (AN).
Il responsabile dell'Associazione Prof. Fabio Serpilli, egli stesso poeta, che da diversi anni ormai si è accreditato come un instancabile organizzatore di eventi culturali legati alla fruizione e alla divulgazione sul territorio della poesia dialettale ed in particolare di quella marchigiana, al cui progetto peraltro ho collaborato marginalmente anche io, mi ha concesso l'onore di conoscerlo personalmente. Devo dire che è una persona veramente amabile, che mette subito l'interlocutore a proprio agio tanto che ho avuto il privilegio di conversare lungamente con Lui al termine della sua prolusione. Come ben saprete egli scrive in un dialetto ibrido e moderno contaminato dal gergo tratto dagli ambiti popolari dell’hinterland milanese, e dopo una lunga militanza nel partito comunista italiano, nel corso degli ultimi anni si è avvicinato a posizioni culturali e spirituali molto affini al francescanesimo.
Nel corso del Suo intervento, ricco di innumerevoli spunti di riflessione, ho avuto modo di apprezzare in particolare il tema del poeta/profeta introdotto dalla citazione della nota affermazione di Montale secondo il quale il poeta è un santo laico e da quella di Petrarca per il quale la poesia è sempre sacra scrittura.
Il nostro ha sostenuto in buona sostanza che la figura del poeta sarebbe assimilabile a quella del mistico, se non fosse che a differenza di quest'ultimo egli non tace, poiché è posseduto da un'ossessione arcana che abita in lui e che desidera disperatamente esistere. Ciò che scrive produce in lui l'effetto inatteso e gradito di una sorpresa, come se se si trattasse di un fiume sotterraneo che dopo averlo attraversato erompe con la forza di un impeto inconsapevole sotto forma di versi.
Partendo dall'assunto che Dio è un'entità ineffabile, ritiene che lo si possa trovare solo attraverso un percorso di ricerca interiore e che il poeta, risultando in costante rapporto con il proprio spirito, si collochi in questa ricerca nella posizione più consona, rivelandosi in definitiva un autentico profeta. Da qui prende le mosse la convinzione che la poesia, più ancora di ogni altra manifestazione artistica, si appalesi come la strada più autentica e sicura verso un ritrovato cammino di redenzione.
Infine ha citato Karl Marx il quale aveva detto che i poeti sono il termometro della vita e pertanto i politici farebbero bene a chiedere loro consigli che possano illuminare le loro scelte.
Ho colto ovviamente l'occasione per omaggiarlo di una copia del mio libro chiedendogli se fosse possibile riceverne un giudizio critico e libero da pregiudizi, attraverso il mio indirizzo di posta elettronica. Ha inforcato un altro paio di occhiali dalle lenti ancora più spesse, ha sfogliato in religioso silenzio alcune pagine, quindi sollevando nuovamente il capo ha disteso il volto in un sorriso di compiaciuta serenità e mi ha sussurrato all'orecchio "Io non ho mai posseduto un computer, dammi pure il tuo indirizzo civico e ti scriverò due righe".
Mi ha abbracciato con tenera effusione incitandomi a proseguire con tenacia il cammino e congedandomi da lui ho avuto la netta percezione di quanto quell'uomo sia una fonte zampillante di rara umanità.
BREVI NOTE
Poeta, saggista e critico, Franco Loi è nato a Genova il 21 gennaio 1930, ma vive dal '37 a Milano, città di cui ha abbracciato il dialetto come cifra della propria vena poetica . Tra le sue raccolte, I cart, Edizioni 32, Milano 1973; Poesie d’amore, Edizione Il Ponte, Firenze 1974; Stròlegh, Einaudi 1975; Teater, Einaudi 1978; L’Aria, Einaudi 1981; Lünn, Ed. Il Ponte 1982; Bach, Scheiwiller 1986; Liber, Garzanti 1988; Umber, Manni, Lecce 1992; Poesie. Antologia personale, Fondazione Piazzolla, Roma 1992; L’angel, Mondadori 1994; Arbur, Moretti & Vitali, Bergamo 1994, El vent, Campanotto editore, Udine 2000 Isman, Einaudi, Torino 2002, Aguabella, Interlinea, Novara 2004, Pomo del pomo, insieme a Erminia Lucchini, Perosini, Verona 2006. Ha pubblicato un libro di racconti, L’ampiezza del cielo, Milano 2001, a cura di Ignazio Maria Gallino. Ha pubblicato inoltre numerosi saggi, tra cui una raccolta, Diario breve, edito con prefazione di Davide Rondoni da Nuova Compagnia Editrice, Forlì-Bologna 1995.
Ha ricevuto numerosi premi: dal Premio Bonfiglio per Stròlegh al premio Nonino per Liber al recente Librex-Montale. Ha inoltre ricevuto la medaglia d’oro della Provincia di Milano, l’Ambrogino d’oro del Comune di Milano e il Sigillo Longobardo della Regione Lombardia. Sue poesie sono state tradotte in quasi tutti i Paesi d’Europa, in Corea, Brasile, nei Paesi Arabi e negli Stati Uniti.Alla fine del 2005 l’editore Einaudi ha pubblicato un’abbondante scelta di poesie dal 1973 al 2002 col titolo Aria de la memoria.Attualmente collabora al supplemento culturale della domenica de «Il Sole-24 Ore».

Nel giorno che la Chiesa cattolica dedica alla celebrazione di tutti i Santi, il Polo lirico-sinfonico regionale M3, nell’ambito del progetto “Palcoscenico Marche”, ha messo in scena la “Messa da requiem” di Giuseppe Verdi, la sola composizione celebrativa realizzata dal cigno di Busseto.
Il vibrato teso, serrato di questo imponente monumento alla memoria di Alessandro Manzoni, che rappresenta un contributo alla musica sacra inconsueto e per l’autore e per il periodo in cui venne concepito, ha raccolto un nutrito pubblico convenuto al Teatro Le Muse di Ancona attirato da una composizione che si è rivelata imperiosamente grande per dimensioni, respiro, potenza vocale e strumentale.
Il Requiem di Verdi, offre da sempre un’Irrinunciabile terreno di confronto con le composizioni omonime di Mozart e di Brahms, nelle quali la morte è percepita con uno stato d’animo di sereno equilibrio che derivava loro dal clima di profonda fede religiosa in cui erano avvolti.
Mentre nel compositore italiano, privo di ogni fideistica certezza nel post mortem, prevale al contrario una mancata rassegnazione, un’atmosfera di inquietudine e di terrore.
Pertanto Il suo disperato e bruciante grido di dolore per la dipartita dell’autore dei Promessi Sposi, nei confronti del quale egli nutriva una stima incondizionata, assume i toni di una laica meditazione sul mistero angosciante della morte. Tuttavia in lui non prevale il bieco risentimento di un uomo sedotto dall’invincibile richiamo dell’ambito terreno, nei cui confronti avverte peraltro un lancinante senso di inadeguatezza, ma al contrario un senso angoscioso dell’esistenza che lascia intravedere un’ansia di trascendenza ben adombrata nello struggente lirismo del “Lacrimosa”.
Ma l’incedere tonante e la virulenza espressiva dell’incipit del “Dies Irae” , rivela la sconcertante distanza che lo separa da un Dio che avverte lontano e inesorabile e che, nello squassante fragore della scansione fonica, incute un senso di terrore e di sgomento. Incerto ed angosciato decide allora di rivolgere ne “l’Ingemisco” , intonato in maniera suprema dal giovane basso polacco Rafal Siwek, un’invocazione a Dio sul misterioso significato della morte.
Ne l’ “Offertorio” e l’ “Hostias et preces” la tensione improvvisamente cala, l’animo si placa in un clima di trasognata pensosità e di sospensione strumentale, che precede il disperato urlo del rimpianto a cui si abbandona definitivamente nel “Libera me” conclusivo.
Gian Paolo G.