




L’autrice Phyllis Dorothy James White, Baronessa James of Holland Park, classe 1920, una vera auctoritas nel Regno di Sua Maestà (ha ricevuto il titolo di Baronetta, cioè di Lady, per le sue doti letterarie), ha messo da parte la sua vena da navigata giallista per spingersi nelle acque più nuove del romanzo di fantascienza con taglio sociologico. Inserendosi quindi nella scia aperta da Huxley, Bradbury, dal film "2022: i sopravvissuti" del 1973 tratto dal romanzo di Harry Harrison "Largo!Largo!" del 1966 e così via.
Il romanzo prende le mosse da un fatto che conduce il lettore già dopo poche pagine nel pieno della tragedia: “Oggi, 1 gennaio 2021, tre minuti dopo mezzanotte, l’ultimo essere umano nato sulla terra è rimasto ucciso in una rissa in un bar di un sobborgo di Buenos Aires. Aveva venticinque anni”.
Con una narrazione inquietante, sapientemente condotta, il lettore è subito messo al corrente del fatto che l’umanità è divenuta sterile. La generazione Omega (i nati nel 1995) rappresenta l’ultima generazione di uomini apparsa sulla terra, prima che lo sperma umano smetta di punto in bianco di essere fertile. E’ la fine dell’Homo Sapiens.
Si legge tra le righe del romanzo una denuncia atroce della scienza, incapace di rispondere alle domande ultime dell’uomo. “La scienza occidentale è stata il nostro dio. Dotata di molteplici poteri, ci ha preservato, confortato, curato, accudito, cibato e divertito e noi ci siamo sentiti liberi di criticarla ed occasionalmente di rifiutarla, come da sempre l’uomo ha fatto con gli dei, ben sapendo che, nonostante l’apostasia, questa divinità, creatura nostra e nostra schiava, avrebbe continuato a prendersi cura di noi con anenstetici contro il dolore, trapianti di cuore e di polmoni, antibiotici, cinema e cinematica” (p.14)
Curiosamente il protagonista è un professore di storia di Oxford. Come a dire che l’uomo per vincere contro la natura ha bisogno di riappropriarsi della propria memoria, della sua identità.
La James da prova del suo talento alternando capitoli narrati dal protagonista in prima persona a capitoli dove la narrazione procede in terza persona. Con i capitoli in prima persona fornisce un sacco di dettagli utili alla comprensione dell’impianto narrativo (altrimenti altro che 300 pagine di romanzo avremmo avuto), mentre con la narrazione impersonale riesce a mandare avanti la storia con un certo interesse, anche se da metà in poi si fa un pò noiosa.
Le frasi abbastanza lunghe denotano che l’intento è di vera e propria scrittrice che vuole narrare, anziché sorprendere ed accattivare il lettore con frasi brevi e secche.
Theodore Faron, docente di storia vittoriana ad Oxford, inizia a scrivere un diario che è il resoconto delle sue amare riflessioni sulla sua vita e sulla società che lo circonda. Racconta come è diventata l’Inghilterra, l’Europa ed il mondo in seguito alla piaga della sterilità (che ha proprio l’aria di una delle piaghe d’Egitto perché è inspiegabile ed avviene improvvisamente). “Ci assalì… stanchezza, depressione, malessere indefinito, tendenza a contrarre piccole infezioni, cefalea persistente ed invalidante… non possiamo provare nulla se non il presente… senza il conforto di una vita dopo la nostra morte (n.d.r. di una discendenza), tutti i piaceri della mente e dei sensi mi paiono talvolta nulla più che fragili e patetici difese innalzate contro la rovina” (p.19-20). E’ una società che per anestetizzare la morte ha tolto qualsiasi “bruttura”: vita scandita da precise regole, niente criminalità perché i malfattori vengono relegati su un’isola, offerta di tutti i tipi di piaceri possibili, bambole al posto dei bambini veri per soddisfare l’istinto materno (oppure cuccioli di animali), eutanasia per i vecchi non autosufficienti, sfruttamento dell’immigrazione regolata per avere badanti ed infermieri, violenze inaudite delle bande teppiste di uomini e donne Omega che contano sull’impunità per il fatto di essere Omega appunto, gli eletti.
Theo è il cugino del Governatore dell’Isola, la sua è una vita appartata, scandita da una routine ferrea ed esasperante, finchè un pomeriggio incontra una donna. Essa è membro di un piccolo gruppo di ribelli, cinque in tutto, che si firmano “I cinque pesci” (chiara simbologia cristiana) e che si propongono di essere la coscienza critica della società. Non possono fare la rivoluzione, lo sanno anche loro, ma anche un sasso lanciato nel mare produce delle onde. A qualcosa il loro sforzo servirà, loro pensano.
La prima parte del romanzo finisce con Theo che si discosta dall’operato dei ribelli: stranamente per la prima volta in vita sua si sente solo, come se l’appartenere a quel piccolo gruppo gli avesse dato una speranza e questa speranza l’avesse fatto sentire parte di qualcosa di più grande. Ma è troppo il pericolo di appartenere ad un gruppo di ribelli. Così decide di partire per un lungo viaggio in Europa, e per fuggire all’amore che sente nascere nei confronti di Julian, la donna che ha conosciuto.
La seconda parte inizia con una richiesta d’aiuto: uno di loro è stato catturato e vogliono fuggire con la macchina di Theo che gli sbirri ancora non conoscono. Theo si lascia coinvolgere in quella che diventerà una vera e propria fuga/caccia senza scampo; ma il gruppo si avventura in mezzo ai boschi della campagna inglese anche per nascondere il miracolo dei miracoli: Julien è incinta.
Svolta dopo svolta, fuga dopo fuga, perdita dopo perdita (i cinque cadranno uno dopo l’altro fino a rimanere solo Julian e la creatura che porta in grembo) Theo sperimenta vari stati d’animo: dalla paura e dall’iniziale disprezzo per i suoi compagni, arriva a capirli e a mettere in discussione tutto le certezze in cui aveva creduto fino ad allora. Altri scenari si affacciano alla sua mente: toccante la scena in cui Theo vede che Julian assiste raccolta in preghiera alla messa recitata da Luke, un prete senza più parrocchia reclutato nel gruppo. Theo sente le parole della liturgia eucaristica e ne rimane folgorato: viene in mente la parabola del lievito in mezzo alla farina; la luce di Cristo che non può essere messa sotto al moggio. Tutto il romanzo è intriso di richiami e riferimenti ai simboli liturgici.
E così ci si avvia al duello finale tra Theo e suo cugino il Governatore, quando si troveranno armati uno contro l’altro difronte al capanno dove Julian ha da poco partorito un bimbo. Nella sparatoria all’ultimo sangue ha la meglio Theo, e questi poco dopo si ritrova col compito di battezzare il bimbo: “C’era pochissima acqua nella bottiglia, ma non ne sarebbe servita molta…il rito riemerse dalla memoria della sua infanzia: bisognava far scorrere l’acqua, pronunciare le parole. Con il pollice bagnato dalla proprie lacrime e macchiato del sangue della madre tracciò il segno della croce sulla fronte del bambino”.(p.316)
Una chicca finale: i giallisti inglesi amano citarsi, evidentemente.
Lo scrittore Sansom, autore del best-seller Il segreto della Torre di Londra (edito nel 2006), ha dedicato il suo romanzo nientemeno che alla P.D.James.
Elisabetta M.
