PONZIO PILATO. CHE COS'E' LA VERITA' a cura di Armando Torno
Con un intervento di Massimo Cacciari
Tascabili Bompiani, 2007
Pagine: 88
ISBN: 9788845258558
Prezzo: 9 €
Il breve ma denso saggio curato da Armando Torno si presenta come un’accurata indagine su un delle figure più controverse del Nuovo Testamento: il prefetto della Giudea Ponzio Pilato.
Tale tentativo di ricostruire, per quanto è possibile, la personalità del governatore romano, è la condicio sine qua non per gettare luce sul senso di quella domanda la cui eco risuona ancora, dal fondo dei secoli, con tutto il suo fascino e tutto il suo alone di enigmaticità: che cos’è la verità? Per questa ragione, il curatore si avvale di un dovizioso corredo di fonti. Oltre ai passi dei vangeli canonici che riportano il colloquio tra Pilato e Gesù, si dà voce anche alla testimonianza dei vangeli apocrifi, dello scambio epistolare apocrifo tra il prefetto e l’imperatore Tiberio, del racconto di Anatole France Il procuratore della Giudea.
L’interrogativo che Pilato pone al Cristo s’imbatte nell’eloquente silenzio di quest’ultimo; la possibilità di dare diverse risposte rimane aperta e da allora la domanda sulla verità non ha cessato di ripresentarsi, puntualmente, sulle vie del pensiero e della fede. Lo scopo della ricerca di Torno è proprio quello di «non rimanere ulteriormente in silenzio in mezzo a tutte le possibili risposte» (v.pag.22). Naturalmente, senza la pretesa di trovare risposte esaustive.
L’intervento di Massimo Cacciari, a mio giudizio, ha il merito di far emergere i fondamentali risvolti problematici di quel dialogo che ha messo di fronte, come lontanissimi interlocutori, il rappresentante del potere imperiale di Roma e il Nazareno che diceva di essere il Messia, il Figlio di Dio. Lontanissimi in quanto non ci può essere vera comunicazione tra di loro; Pilato intende la verità in un’accezione eminentemente giuridica, per cui vero è ciò che è realmente accaduto, nella misura in cui il dibattimento riesce ad accertarlo. Si tratta di un concetto non molto lontano da quello dell’aletheia della filosofia ellenica, per cui la verità è l’idea dell’ente che, nel suo disvelarsi, si rende conoscibile. Gesù afferma di essere lui la verità, che coincide con la sua realtà storica e umana. La verità in lui si è rivelata, incarnandosi in un uomo concreto, storicamente determinato. Per la mente di Pilato «vera è la proposizione che si conforma secondo necessità con l’ente o col fatto da “giudicare”, che costringe all’assenso grazie a tale sua adeguatezza. L’apparire del Vero non libera, ma piuttosto obbliga. E salva solo dall’errore. La verità che è Gesù, invece, libera perché dona vita, vera vita, vita eterna, perché salva dal peccato che è morte» (v.pag.31). Forse Pilato intuisce l’abisso che separa la sua idea di verità, frutto della cultura greco-romana, e quella di cui parlava Gesù. Certo è che il magistrato, trovandosi nella situazione di dover giudicare-asserisce Cacciari-cerca almeno di non farlo.
Il suo quesito, dopo duemila anni, suona ancora quale monito attualissimo per tutti coloro che, presumendo di avere la verità in tasca, giudicano ritenendo in tal modo di essere “figli di Dio”. Inoltre, mi permetto di aggiungere, potrebbe suonare come monito per tutti coloro che nutrono una fiducia assoluta e incondizionata nelle possibilità della ragione umana; forse Pilato, in modo inconsapevole, ancora oggi con la sua domanda sulla verità ci rivolge lo stesso ammonimento che il sommo poeta mette sulla bocca di Virgilio, in quei meravigliosi versi del terzo canto del Purgatorio:
State contenti, umana gente, al quia;
ché, se potuto aveste veder tutto,
mestier non era parturir Maria".
Giuseppe Di T.
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