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lunedì, 03 dicembre 2007

In memoria di Clemente Rebora


A cinquant'anni dalla morte di don Clemente Rebora risplende la figura e l'opera di quest'uomo per l'attualità della sua poesia.
(
Per gentile concessione della rivista In Purissimo Azzurro;
Copyright In Purissimo Azzurro - Tutti i diritti riservati).


Avevo adocchiato l’opera completa delle poesie di Clemente Rèbora già da un po’ di tempo in libreria, ma non avevo un buon motivo per spendere la pesante cifra (per me) per comprarlo. Ora finalmente la proposta di In purissimo azzurro di approfondire le poesie di Clemente Rèbora mi ha fornito un valido motivo nel compiere il passo verso l’aquisto.
Sono sempre stata attratta da Clemente Rèbora, da questa straordinaria figura di poeta del  primo Novecento dalla lirica forte, decisa, urgente, appodato poi alla conversione ed alla vocazione religiosa. Una storia emblematica. La mia attrazione era rimasta sulla soglia della curiosità: qualche lettura sporadica dei suoi versi, la vaga conoscenza della sua vita.
L’occasione di avvicinarmi di più a questo autore mi ha permesso di conoscere meglio la sua opera e di rendermi conto che come uomo e poeta Rebora non ha nulla da invidiare ai più grandi poeti italiani del Novecento, da Ungaretti a Montale a tutti gli altri.
C’è sicuramente un diffuso pregiudizio anti-cattolico nel mondo cultural-intellettuale italiano che ha portato nel corso del tempo ad un progressivo accantonamento della poesia di Rèbora: la conversione al cattolicesimo, la scelta di farsi prete con la conseguente altra constatazione dell’ “abbandono” della scrittura fino ai Canti dell’Infermità (il suo congedo poetico da questa terra), sono tutti elementi difficili da capire per chi vada scrutando il poeta non comprendendo quale forza intrinseca rigenerante possa derivare dall’avvicinarsi a Dio e dall’ intraprendere una nuova vita. Solo in tempi vicini a noi critici illuminati quali Contini, Betocchi, Bandini, Bo hanno iniziato un lavoro fruttuoso di vaglio dello stile personalissimo dell’autore e di spiegazione del suo alto contenuto morale e religioso.
La mia impressione è che ci sia bisogno di ancora più coraggio in campo critico-letterario per far emergere i contenuti pienamente cristiani di Rèbora.
E’ strano, ma il paese la cui letteratura nasce come poesia religiosa (si pensi ai cantici di San Francesco) è il paese che oggi vorrebbe fare a meno delle sue radici cristiane. Come se la poesia religiosa non avesse pieno titolo e cittadinanza nella nostra cultura, nella nostra nazione, varcate le soglie di questo nuovo millennio, e si potesse urtare la sensibilità dei lettori “laici” presentando la grandezza assoluta di un poeta cristiano. Leggendo l’apparato critico che ho potuto consultare, sia dai testi che dai manuali di letteratura, mi sono fatta l’idea che lo stile di Rèbora sia stato perfettamente spiegato fin nei minimi dettagli: la costruzione del verso, l’uso anomalo dei verbi (intransitivi usati come transitivi, preferenza per i verbi che esprimono azione),  l’espressonismo dei Frammenti lirici ed il simbolismo dei Canti anonimi, le sinestesie tutte particolari, un ventaglio di aggettivi di una freschezza ed immaginazioni assoluti, un procedere aspro e “petroso”, ecc.
Rimane invece ancora tanto lavoro per approfondire il il messaggio della sua opera, scavare nell’esperienza della sua vita, far emergere il contenuto cristiano che in filigrana è presente nella sua produzione poetica, magari anche là dove a prima vista non si vede. Ma per far questo è importante che critici cristiani se ne facciano carico. Perché solo un cristiano adulto nella fede sa riconoscere le metafore, le allegorie, i simbolismi e tutte le figure retoriche e gli artifici stilistici che usa un poeta cristiano.
Così alla luce dell’ “avventura cristiana” si comprende pienamente la parabola della vita di Rèbora: proviamo a partire dalla fine. I Canti dell’Infermità sono quanto di più alto, più lirico e più bello lui abbia scritto. Sono il compimento del suo cammino di fede e di carità alla ricerca di quell’amore per il prossimo e per l’universo intero in cui il giovane Rèbora voleva perdersi, confondersi, abissarsi. Ben si comprende allora come, dopo la conversione, non abbia più scritto per parecchi anni. Semplicemente è successo che ha trovato la sua via, o meglio, ha incontrato Qualcuno che l’ha riempito a tal punto che non è stato più necessario scrivere. Si scrive per comunicare, per colmare un vuoto ed un dolore, per assecondare all’urgenza del cuore. Ma quando quest’urgenza è assecondata nell’intimo, in ogni fibra del proprio essere, allora anche la scrittura può diventare un di più.
Infatti Rèbora ha intrapreso dopo l’ordinazione sacerdotale un percorso di “umiltà” e di “spoliazione” direi: i fogli che riguardano le sue attività dentro il Collegio Rosmini di Domodossola rivelano una scrittura semplice, lineare, quasi fanciullesca. Non c’è traccia del raffinato poeta ch’era stato un tempo, non c’è traccia dell’urgenza dei suoi sentimenti e delle descrizioni sofferte e tormentate della natura. Ora l’unica urgenza sembra essere rimasta quella della carità cristiana. Caritas Christi urget nos.
Riporto due poesie che mi stanno a cuore di Clemente Rèbora: Dall’imagine tesa e Pioppo severo.
La prima poesia è quella che chiude i Canti anonimi del 1922, che già contengono l’anelito al cambiamento, alla “vocazione”. L’incipit è emblematico in tal senso:

“Urge la scelta tremenda:
Dire sì, dire no
A qualcosa che so”.

(Da un frammento 1914)

E poi la stessa nota dell’autore: “Queste liriche appartegono ad una condizione/ di spirito che imprigionava nell’individuo quella/speranza la quale sta ormai liberandosi in una/ certezza di bontà operosa, verso un’azione/ di fede nel mondo. Esse ne sono testimonio e pegno/ di assoluzione”.

Dall’imagine tesa
Vigilo l’istante
Con imminenza di attesa –
E non aspetto nessuno:
Nell’ombra accesa
Spio il campanello
Che impercettibile spande
Un polline di suono –
E non aspetto nessuno:
Fra quattro mura
Stupefatte di spazio
Più che un deserto
Non aspetto nessuno:
ma deve venire,
Verrà se resisto,
A sbocciare non visto,
Verrà d’improvviso,
Quando meno l’avverto:
Verrà quasi perdono
Di quanto fa morire,
Verrà a farmi certo
del suo e mio tesoro,
Verrà come ristoro
Delle mie e sue pene,
Verrà, forse già viene
Il suo bisbiglio.

(1920)

Mancano otto anni alla conversione, a quel fatidico Novembre 1928, però già s’intravedono i segni della presenza di Dio.
L’imagine tesa fa pensare ad un crocifisso. Imagine è scritto volutamente senza una “m”, rimanda al latino imago: figura. E siccome siamo in una stanza, una figura tesa può essere benissimo il crocifisso.
“Non aspetto nessuno” si ripete tre volte, chiara numerazione biblica. Tutte le vocazioni hanno tre chiamate (Samuele, Pietro quando Gesù gli chiede “Mi ami tu?”, ecc.): quindi il poeta dice di non aspettare nessuno in particolare, ma di attendere lo stesso un evento che sta per compiersi. Di fatti usa il verbo “vigilo”. Sembra di sentire il Signore quando ci ammonisce: “Vigilate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora”.
E si “vigila” l’istante, il kairòs, il momento opportuno della svolta, quello in cui il Signore verrà e porterà con sé il premio alla nostra fedeltà, quel premio che per Rèbora poteva essere finalmente la “clemenza” (è sempre stato stupito del suo nome), la misericordia, la fede.
Le mura della stanza perciò diventano “stupefatte di spazio”, ecco il participio usato secondo l’abitudine di Rèbora di prediligere i verbi per generare il senso dell’azione; quella stanza – dice il poeta – contiene più spazio lei che il deserto intero. Per questo il poeta è stupefatto. Il deserto è il luogo privilegiato dell’incontro di Dio. Non si dà conversione senza deserto.
Il deserto è anche il luogo della manifestazione, dell’epifania: Mosè nel roveto ardente, sul Sinai, Gesù nel deserto, ecc; è per questo che il poeta è certo: “deve venire” Qualcuno, “Verrà se resisto”, come Giacobbe che lotta con l’angelo e gli resiste, sa che deve lottare contro di lui. E’ un genere di attesa che reca in sé un combattimento, uno “stare per compiersi”.
Il venire è caratterizzato da doni precisi: sarà perdono, tesoro, ristoro. Sembra di leggere tra le righe che questo Qualcuno porterà fede (con la fede si domanda il perdono dei peccati), speranza (“Verrà a farmi certo”), carità ( “ristoro/delle mie e sue pene”).
Come si può notare queste osservazioni sono del tutto personali, frutto della mia adesione sincera alla fede cristiana. Però illuminano il testo e gli forniscono spessore, calore, traspare la lotta di Rèbora per aderire al cristianesimo come Giacobbe in lotta con l’angelo. Ed è solo una parafrasi “cristiana” che può mettere in luce questi aspetti.
A chi contestasse che tutte queste annotazioni sono mie, e che Rèbora non intendesse esprimere tutte queste cose, io obbietto presentando la vita intera di Rèbora. Una vita che si è schiusa alla fede, alla Chiesa, e che sicuramente conteneva già in sé i semi della vocazione. E’ lecito supporre (certo qui la mia competenza si ferma) che Rèbora avesse letto la Bibbia e la conoscesse. D’altronde al momento della fatidica conferenza in quel Novembre 1928 (quella che i critici prendono come punto di riferimento della “conversione”) Rèbora doveva commentare Gli atti dei martiri scillitani per una serie di conferenze sulle religioni. E quella sera toccava al cattolicesimo.

Invece “Il pioppo” fa parte dei Canti dell’Infermità.

 “Vibra nel vento con tutte le sue foglie
il pioppo severo:
spasima l’anima in tutte le sue doglie
nell’ansia del pensiero:
dal tronco in rami per fronde si esprime
tutte al ciel tese con racconte cime:
fermo rimane il tronco del mistero,
e il tronco s’inabissa ov’è più vero”.

 7 Ottobre 1956

 Anche qui come non accorgersi della presenza di un elemento cristiano di massima importanza: il “tronco” rimanda all’albero per eccellenza, quello che i mistici medievali chiamavano “l’albero della salvezza”, cioè la croce di Cristo; che poi diventa, nella meditazione e riflessione, la nostra croce personale. “Il tronco del mistero” è la croce, che s’inabissa nell’infinito amore di Dio Padre, “ov’è più vero”. Il tronco affonda le radici nella terra, in quel seme che gli ha donato la vita morendo. La terra è metafora sia della morte, dell’elemento naturale dentro il quale ritorneremo (“ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai”; il tema della caducità delle cose è molto caro a Rèbora), sia della risurrezione, perchè ricorda il gesto d’amore del seme che morendo dà la vita all’albero.
L’anima che spasima nelle sue doglie rimanda alla Lettera di San Paolo ai Romani, là dove dice che la creazione geme e soffre le doglie del parto in attesa della redenzione. Tra l’altro la costruzione dei versi richiama anche visibilmente il ritmo del dolore del parto: contrazione lunga (verso lungo, con rima: foglie/doglie) – contrazione corta (verso corto, con rima: severo/pensiero).
Come si vede sono riferimenti che indicano la profonda lettura cristiana che è si può e si deve fare di Rèbora.
Spero che queste mie annotazioni possano servire a diffondere l’opera del poeta, ad aumentare la voglia di leggere le sue poesie.

Elisabetta Modena

http://www.inpurissimoazzurro.org/novembre_2007.htm
postato da: Fabrieli alle ore 09:54 | link | commenti (3)
categorie: italiano, attuale

Commenti
#1    04 Dicembre 2007 - 19:48
 
...come fare a commentare tanta profondità d'animo!

Grazie del tuo passaggio e buona settimana :)
utente anonimo

#2    04 Dicembre 2007 - 19:52
 
...scusa ero io, non so perché ma sono uscita con l'anonimo!
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente Lianna

#3    05 Dicembre 2007 - 09:33
 
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