



Mondadori 2007
Pagine: 243
ISBN: 9788804572657
Prezzo: 17,50 Euro

Non è certamente un compito facile presentare e commentare l’eccellente saggio recentemente scritto da Gianfranco Ravasi.
Del resto, egli si avventura in profondità nelle più oscure latebre di quel dedalo che ogni persona ha dentro di sé.
L’argomento è di quelli scottanti; sì, perché se parliamo di vizi capitali, alle nostre orecchie tale espressione suona un po’ desueta e sa tanto di catechismo preconciliare. Tuttavia, ed è proprio la tesi che si vuole dimostrare, il settenario classico di quei peccati che sono stati sviscerati nei loro aspetti teologici e morali da secoli di elaborazione dottrinale, tuttora conserva intatta una sua provocatoria attualità. Il male è parte della nostra esistenza oggi, come lo è stato per l’umanità del passato; la differenza sta nel fatto che, nella nostra cultura contemporanea, il confine tra bene e male è divenuto, per così dire, piuttosto evanescente. Spesso non sappiamo più che cosa è buono e che cosa non lo è, immersi come siamo in una generalizzata indifferenza per le questioni etiche, che va di pari passo con la “dittatura del relativismo” evocata da Benedetto XVI.
La trattazione segue il solco tracciato dalla dottrina morale dei sette vizi capitali, così come ci è stata trasmessa dalla tradizione della Chiesa; Ravasi attinge costantemente alle Sacre Scritture, oltre che ad opere come i Moralia in Iob di San Gregorio Magno e la Summa Theologiae, le Questiones disputatae, il De Malo del Dottore Angelico Tommaso d’Aquino; è su tali solide fondamenta che si regge l’edificio della sua argomentazione.
Avvalendosi della sua vasta e profonda cultura, l’autore espone una sorta di fenomenologia dei peccati, che sono esaminati in modo multiprospettico, sotto luci diverse. Il coinvolgimento del lettore è continuamente stimolato dal ricorso a trame e soggetti letterari di ogni epoca, tra i quali un’attenzione particolare è accordata alla mitologia e alle letterature latina e greca, nonché alla Commedia dantesca; a passi di scritti filosofici, a rappresentazioni pittoriche e trattati d’iconologia, a concetti psicoanalitici ed anche a citazioni cinematografiche di film d’autore.
In ultima istanza e nella loro più intima essenza, i vizi capitali consistono in abitudini inveterate al peccato e al male; essi, in quanto scaturiscono dal libero arbitrio dell’uomo e dalla sua facoltà di operare scelte deliberate rappresentano, in differenti modi e in diversa misura, una violazione del progetto di Dio sulla creatura umana, che si può esprimere e riassumere nel precetto cristiano della carità. Chi persevera in un peccato non ama Dio, il prossimo e neppure se stesso.
Le porte del peccato è un libro per tutti, credenti e non credenti, perché in fondo ognuno di noi, leggendolo, non può non sentire un’eco della propria personalità e della propria vita. Come scrive François de la Rochefoucauld, scrittore moralista del Seicento nelle sue Riflessioni o sentenze e massime morali:
