



Una delle peculiari finalità dello Studio Teologico affiliato «Laurentianum» dei Cappuccini di Venezia è stata, da secoli, la formazione di giovani Candidati all’Ordine dei Frati Minori per l’evangelizzazione itinerante dei popoli lontani e dei poveri localizzati sul territorio, là dove sorgevano le Fraternità dei cosiddetti «Scapuzzini» della Vita Eremitica, ovvero della Riforma Francescana dei Frati Cappuccini. Nel capoluogo lagunare, a parte qualche breve interruzione dovuta a risapute vicissitudini storiche, fin dal 1542 si registra la presenza di uno tra i più famosi «Studia Generalia» nati con la Riforma, dove i giovani Cappuccini venivano preparati, attraverso lo Studio della Sacra Pagina e della Theologia, ad annunciare la buona novella di Gesù, unico Salvatore del mondo. Non sarebbe peregrina la questione di porci la domanda di perché, per tutti questi secoli, lo Studio Teologico sia rimasto sempre a Venezia, pur avendo fondato la Provincia Veneta numerose altre Province un molte altre parti dell’attuale Europa.
La risposta a questa precisa domanda, legittima e, al contempo spiega, il tema di questo «VII Symposium Laurentiani» celebrato nell’“anno paolino” e nel “giubileo leopoldiano” appena iniziati che porta il titolo «Evangelizzare è la nostra vocazione». Proprio San Paolo, l’Apostolo delle Genti, aveva intuito come l’annuncio del kerygma andava fatto nelle Città, soprattutto in quelle dove vi era il massimo smistamento di persone, quali furono i nodi portuali di Corinto, Salonicco, Napoli e Roma, come probabilmente sentiremo nella prima Relazione di Mons. Bruno Maggioni. Anche la Venezia che, nel XVI secolo – esattamente nel 1534 – vide arrivare i Cappuccini, era un autentico crogiuolo di popoli che andavano e venivano attirati da pluriformi attività, certamente una «Grande Mela» newyorkese ante litteram, peculiare non irrilevante che, infatti, non sfuggì né a Sant’Ignazio di Loyola né ai Gesuiti di allora – per fare soltanto un esempio –, né all’attuale Patriarca di Venezia Card. Angelo Scola, il quale, da sei anni a questa parte, ha creato a Venezia uno dei più qualificati poli accademici europei con lo «Studium Generale Marcianum».
Ciò nonostante, è risaputo che la prima motivazione che spinse i Cappuccini ad approdare a Venezia fu l’assistenza ai poveri nella periferia, che era allora l’Isola della Giudecca, dove la Serenissima aveva confinato gli appestati e dove si registrava una sensibile presenza di Ebrei, Isola dove è, infatti, ancora ubicato lo Studio Teologico affiliato «Laurentianum». Profondamente motivati ad annunciare il Vangelo agli ultimi più ultimi – ai reietti dalla ricca società veneziana – molti giovani Cappuccini, alcuni coetanei di alcuni miei confratelli presenti qui in aula oggi, amarono così tanto quei poveri appestati, da morire con loro e per amore loro, rispecchiando in quella diuturna vicinanza agli appestati il bacio dato al lebbroso da Francesco d’Assisi. E anticipando – senza voler troppo forzare con indebite analogie i chiasmi della storia – l’intuizione della «Comunità Nuovi Orizzonti» – di cui ci parlerà Chiara Amirante, nella seconda parte dell’odierna giornata.
A Venezia, dunque, i Cappuccini si trovarono a dover incrociare due realtà, che, per così dire, tengono uniti, come in un’ellisse, i due momenti di questo questo nostro Atto Accademico di oggi: l’annuncio del Vangelo nelle Città – come ha fatto tra l’altro per decenni qui a Padova in pochi metri quadrati nella sua celletta confessionale San Leopoldo Leopoldo Mandić – e l’annuncio della buona notizia nelle periferie. Ecco perché, sempre nello Studio Teologico «Laurentianum» di Venezia, il Segretariato provinciale per l’evangelizzazione ha voluto istituire la «Scuola di Evangelizzazione» triennale apertasi, con un insperato successo, proprio lo scorso Novembre nei locali del SS.mo Redentore alla Giudecca. E questo a significare che, se la vita consacrata in Europa sta, forse, sbadigliando – mentre, invece, in India e in Asia scoppia per Candidati all’Ordine Cappuccino – non per questo essa in Europa è morta. Anzi, la Vita Consacrata sa che saprà risollevarsi se farà suo il suo DNA della Chiesa che è «per natura missionaria» (Ad Gentes 1) annunciando il Vangelo ai poveri, che – se non vedo male – in Europa oggi sono soprattutto i giovani, tra i quali domina l’«ospite inquietante» che è la paura per il proprio futuro.
La dimensione missionaria della vocazione francescana, di cui abbiamo pure trattato nell’ultimo Capitolo Provinciale Straordinario celebrato a Venezia lo scorso Febbraio 2007, si innesta, dunque, in un annuncio di Gesù Cristo fatto seguendo San Paolo, là dove i popoli oggi si smistano, ma senza abdicare nell’intercettare la cultura e il linguaggio dei giovani che vivono non soltanto nelle periferie, ma anche, nostro malgrado, alla nostra periferia, quasi parallelamente a fianco della Vita Consacrata. Chi si è innamorato con il proprio cuore del Signore Gesù sa che la missione della Chiesa è appena iniziata, è soltanto a primavera (Redemptoris Missio n. 86) e, quindi, sa che si tratta di dover rischiare soprattutto su due fronti: uscire dai Conventi di Città e andare per le strade della Città secolare, soprattutto da coloro che sono la primavera della Chiesa: i giovani, che dai nostri occhi sperando di scorgere il riflesso meraviglioso di quelli di Gesù: riflesso che un Consacrato dovrebbe riverberare senza alcuna opacità cosiddetta di genere.
Univ.- Prof. DDr. Gianluigi Pasquale OFM Cap.
